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Omelie del Vescovo (05.09.2022)

16/09/2022 09:30:00

Segreteria Vescovile

#Omelie del Vescovo,

Omelie del Vescovo (05.09.2022)

Maria Santissima di Gibilmanna

Omelia del Vescovo di Cefalù

S.E.R. Mons. Giuseppe Marciante

 

Maria Santissima di Gibilmanna

 

Santuario Maria Santissima di Gibilmanna

Gibilmanna, 05 settembre 2022

 

 

Carissimi fratelli e sorelle,

la celebrazione odierna è uno di quei momenti importanti della nostra Chiesa che vede radunato tutto il Popolo di Dio nel nome della Santissima Trinità: per questo nessuno può essere assente. Perché qui si manifesta la nostra vera identità: «Voi siete la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere meravigliose di lui che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua ammirabile luce» (1Pt 2,9). 

Quella del banchetto è l’icona biblica spesso utilizzata per indicare la nostra più profonda relazione con Dio.

Giovanni, nel brano che è stato proclamato, non ci parla di un miracolo ma di un segno: «Questo, a Cana di Galilea, fu l'inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui» (Gv 2,11).

Che cos’è un “segno” secondo il Vangelo?

È un «indizio che rivela l’amore di Dio, che non richiama cioè̀ l’attenzione sulla potenza del gesto, ma sull’amore che lo ha provocato. Ci insegna qualcosa dell’amore di Dio, che è sempre vicino, tenero e compassionevole»[1].

Il brano evangelico si divide in due parti.

Nella seconda si tratta dell’annuncio del centro della fede cristiana: la pasqua di Cristo, ossia l’annuncio della passione morte risurrezione di Cristo in cui credono i suoi discepoli.

Nella prima parte si mostra come la Pasqua di Cristo entra nella nostra vita.

Con questo primo segno Giovanni apre il libro dei sette segni – la prima parte del suo Vangelo – dove si mostra che nella vita quotidiana si vive già nel mistero pasquale di morte e risurrezione. Il primo di questi segni è una festa di nozze.

Il segno di Cana orienta infatti verso l’Ora delle nozze di Cristo con l’Umanità.

Giovanni dietro il segno di Cana ci parla della morte e risurrezione di Gesù e come questo mistero entra nella nostra vita.

Tutta la nostra vita si può paragonare a una festa di nozze perché in essa siamo sempre alla ricerca di una relazione che ci renda felici. Facciamo uno sforzo enorme perché altri si possano trovare bene con noi e perché, partecipando alla nostra gioia, siano anch’essi contenti.

Ma nella vita capitano gli imprevisti, i momenti di crisi in cui ci sentiamo morire; in cui registriamo un fallimento.

 

Il primo segno avviene mentre due sposi sono in difficoltà nel giorno più importante della loro vita.

Nel bel mezzo della festa manca così un elemento essenziale, il vino, e la gioia rischia di spegnersi tra le critiche e l’insoddisfazione degli invitati.

Questa bevanda aveva per la Bibbia anche un valore immediato e realistico essendo espressione della festa e dell’allegria.

Il Salmo 104, 15 lo canta come ciò che «allieta il cuore dell’uomo».

L’era messianica è dipinta sotto immagini “enologiche”: «Verranno giorni in cui dai monti stillerà il vino nuovo e colerà giù dalle colline» (Am 9,14).

Lo abbiamo ascoltato pocanzi leggendo il profeta Isaia: «Preparerà il Signore degli eserciti un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati» (Is 25, 6).

Nella Bibbia, a partire da Noè, il vino costituisce una presenza semplice e spontanea, con le sue capacità di generare gioia, amore, amicizia, festa ma anche con i suoi rischi.

 

Da questo segno capiamo come Dio entra nei nostri fallimenti.

Gesù da uno dei tanti invitati, al momento della crisi, prende la scena; ne diventa il protagonista. Entra in azione facendo ingresso nella nostra storia grazie all’intervento di Maria.

Ancora una volta Maria fa entrare Gesù nella nostra storia chiedendoci di fare il salto della fede mettendo in atto quanto il Figlio ci dirà, fidandoci di Lui.

Gesù così darà la vita per trasformare il nostro fallimento in una nuova vita.

L’acqua delle giare per la purificazione dei Giudei non ha il potere di darci la vita nuova, ma essa va consegnata al Signore. 

Egli si immergerà in queste acque sporche e le tingerà del suo sangue versato per ridarci la vita: questo è il vino più buono che il Signore ha conservato per noi nella pienezza dei tempi messianici.

La parte più bella della nostra vita, quella felice e festosa inizia dal momento in cui abbiamo incontrato il Signore e gli abbiammo consegnato l’acqua sporca delle nostre giare. «Simbolicamente questo dice che Dio vuole per noi il meglio, ci vuole felici. Non si pone limiti e non ci chiede interessi. Nel segno di Gesù non c’è spazio per secondi fini, per pretese verso gli sposi. No, la gioia che Gesù̀ lascia nel cuore è piena e disinteressata. Non è una gioia annacquata!»[2].

Carissimi,

anche l’esperienza del Sinodo si può descrivere con la simbologia della festa di nozze.

In questa simbolica bisogna dunque collocare lo Sposo, la Sposa, gli invitati, i servi, il maestro di tavola, la madre dello sposo, l’abito nuziale, i cibi e le bevande, la musica e le danze.

Il simbolo nuziale tende per sua natura a tenere insieme le cose, ad associare realtà differenti come la divinità e l’umanità; Dio, la Chiesa, gli uomini.

Il Sinodo è la celebrazione di una festa d’amore: in esso si celebra l’amore di Cristo per la Chiesa, la Sposa uscita dal suo costato aperto sul talamo della Croce.

L’amore della Sposa, sempre da purificare e rinnovare, e aperta a generare nuovi figli.

È la festa delle nostre nozze, di noi Chiesa, per presentarci rinnovati, purificati e rivestiti dell’abito nuziale della misericordia (Cfr. Mt. 22, 1-14).

Alla festa sono invitati tutti, buoni e cattivi, perché Dio fa piovere sui giusti e sugli ingiusti: «Dio infatti ha rinchiuso tutti nella disobbedienza, per usare a tutti misericordia!» (Rom 11,32).

Non è il Sinodo dei migliori e dei perfetti, è il sinodo dei mendicanti della verità e della misericordia.

Mi accorgo che in alcuni c’è ancora poca convinzione e in qualche caso resistenza al Sinodo e, in particolar modo, alla sinodalità. C’è ancora molto individualismo, autoreferenzialità. Lo si capisce soprattutto su come si continua a vivere il rapporto tra parroci e fedeli, tra parrocchie di uno stesso territorio e le associazioni; le confraternite e i movimenti, tra parrocchie e Diocesi.

Deve crescere la coscienza del sacerdozio comune di tutto il Popolo di Dio.

Il clericalismo, cioè il fondare la consistenza di una comunità sul ministero presbiterale e non sulla partecipazione di tutti, è la resistenza più forte alla sinodalità.

Il clericalismo non è un difetto solo del clero, ma è anche la conseguenza della deresponsabilizzazione del laicato.

Occorre davvero rifondare le nostre comunità ripartendo dall’ecclesiologia che ci è stata consegnata dal Concilio Ecumenico Vaticano II.

Se alla festa del Sinodo non partecipa il popolo dei battezzati, questa si riduce a un pranzetto di lavoro tra pochi amici.

Il confronto sinodale è urgente per poter decidere insieme, alla luce del Vangelo e del tempo in cui viviamo e del territorio in cui abitiamo, in quale direzione la Chiesa di Cefalù deve camminare per seguire la rotta indicata dallo Spirito e per non arrivare in ritardo e perciò restare fuori dalla festa delle nozze come le vergini stolte che non misero olio sufficiente nelle loro lampade.

Siamo chiamati a rispondere alle tante domande delle persone che incontriamo ogni giorno sulla nostra strada e che pongono alla nostra fede.

Una delle questioni più delicate che dovremmo affrontare riguarda proprio il rapporto tra tradizione e innovazione ossia l’intreccio tra la religiosità popolare e le radici della fede da cui ha avuto origine per dare espressione a una rinnovata fede popolare impregnata di vangelo e vissuta come espressione di vita comunitaria.

Come a cascata, alla questione della tradizione, si lega la prassi dell’iniziazione alla fede cristiana.

Tradizione non è sinonimo di conservazione e chiusura, ma, al contrario essa deriva dal latino tradere che significa trasmettere: nel nostro caso trasmettere la fede alle nuove generazioni. Ma tale trasmissione è generativa perché significa generare alla vita della fede le nuove generazioni e quindi in un contesto diverso da quello in cui l’abbiamo ricevuta noi adulti.

La fede si apprende in famiglia, con il latte materno e sulle ginocchia del papà, per cui sarà necessario innanzitutto iniziare le famiglie alla vita di fede.

Tra le mura domestiche i figli ricevono la prima testimonianza della fede. Tutto ciò comporta un cambio radicale del modo di trasmettere la fede, di accompagnare alla vita sacramentale, alla vita cristiana.

Quest’anno sarà la Diocesi ad offrire l’olio che alimenterà la lampada votiva dinanzi all’immagine del Gran Signura di Gibilmanna.

I Parroci insieme ai Sindaci di tre comuni rappresentanti dei tre settori pastorali porteranno l’olio raccolto in tre anfore coi simboli identificativi di ogni settore, e lo verseranno nella lampada votiva d’argento, dono della Diocesi al Santuario.

Alla fine della celebrazione sarà consegnata ad ogni parrocchia un piccolo candelabro con un piccolo corredo di candele; esso non andrà messo in soffitta, ma arderà ben visibile in ogni chiesa parrocchiale, come segno della nostra preghiera per invocare la luce dello Spirito Santo sul nostro Sinodo.

Concludo rivolgendo a Maria la nostra preghiera:

 

Santa Maria, Monte della Manna,

per mezzo di te il Padre imbandisce per noi

il banchetto delle nozze del suo Figlio con la nostra Chiesa Cefaludense.

Ora, accompagnaci tu al convito sinodale;

e con te, o Gran Signura, gusteremo insieme le sorprese dello Spirito.

Santa Maria, Donna dell’Ora,

per la tua intercessione Cristo Salvatore inaugura per noi

il tempo nuovo della conversione.

Ora, insegnaci tu a vivere in sinodo;

e con te, o Gran Signura, interpreteremo con sapienza i segni dei tempi.

Santa Maria, Anfora del Vino nuovo,

per la tua invocazione lo Spirito trabocca in mezzo a noi

e il cuore di pietra diventa cuore di carne.

Ora, aiutaci tu a discernere le decisioni sinodali;

e con te, o Gran Signura, la nostra Chiesa sarà rinnovata,

noi vedremo la gloria del tuo Figlio e il mondo crederà in lui.

O Gran Signura, lampada nella casa per noi figli;

o Gran Signura, città alta sopra il monte per chi cerca una dimora;

o Gran Signura, stella nella notte per chi naviga verso un porto di pace.

O Gran Signura, prega per noi!

 

[1] Francesco, Angelus, 16.01.2022.

[2] Ibidem.

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