Omelia del Vescovo di Cefalù
S.E.R. Mons. Giuseppe Marciante
Celebrazione eucaristica in suffragio di Papa Francesco
Basilica Cattedrale
Cefalù, 24 aprile 2025
Carissimi fratelli e sorelle,
vi ringrazio per aver accolto il mio invito.
La vostra presenza è un segno di affetto per Papa Francesco, ma soprattutto un segno di fede nella risurrezione del Signore nostro Gesù Cristo.
Vi saluto tutti con affetto insieme alle autorità civili e militari qui presenti.
In questi giorni ne abbiamo sentiti e ne sentiremo tanti ancora di commenti all’evento specialmente dai media. Il nostro sguardo è quello della fede; è quello che raccoglie la domanda dell’uomo sul senso della fine della vita, così come ci ha insegnato a fare Papa Francesco.
La nostra celebrazione è un rendimento di Grazie a Dio per averci dato il dono di Papa Francesco e nel ringraziare facciamo memoria del suo insegnamento.
Il Papa non è solo frutto dell’elezione dei Cardinali, è soprattutto un dono di Dio alla sua Chiesa; è un dono dello Spirito all’umanità.
Questo ci dice la parola della fede: «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi» (Gv 15,16). Così come ha scelto Pietro.
Non vi parlo di ricordi personali, che non servono in questo momento.
Vi parlo invece della grande eredità spirituale di Papa Francesco in continuità con quanto il Signore Gesù ci ha insegnato.
Il Papa, come Vescovo di Roma, è successore dell’Apostolo Pietro e perciò a servizio dell’unità di tutta la Chiesa. È l’Apostolo che ci conferma nella fede in Gesù Cristo così come abbiamo appreso dal libro degli Atti degli Apostoli.
Ogni Vescovo, in quanto successore degli Apostoli, è mandato per annunciare il Vangelo di nostro Signore Gesù Cristo.
In diversi pronunciamenti in forma ufficiale e in diverse occasioni quali interviste, alla domanda sul suo ruolo di riformatore della Chiesa il Santo Padre ha risposto che la vera riforma è rimettere Cristo al centro della vita della Chiesa:
Tornare al cuore per rimettersi sulla stessa strada di Gesù, di questo abbiamo bisogno. E oggi, in particolare a voi, cari Fratelli che ricevete il cardinalato, vorrei dire: badate bene a fare la strada di Gesù. E cosa significa questo? Fare la strada di Gesù significa anzitutto ritornare a Lui e rimettere Lui al centro di tutto. Nella vita spirituale come in quella pastorale, rischiamo a volte di concentrarci sui contorni, dimenticando l’essenziale. Troppo spesso le cose secondarie prendono il posto di ciò che è necessario, le esteriorità prevalgono su quello che conta davvero, ci tuffiamo in attività che riteniamo urgenti, senza arrivare al cuore. E, invece, abbiamo sempre bisogno di ritornare al centro, di recuperare il fondamento, di spogliarci di ciò che è superfluo per rivestirci di Cristo (cfr Rm 13, 14)[1].
E Lui l'ha messo al centro, sempre.
Gesù Cristo è al centro degli interessi, dei sogni, dei pensieri, dei desideri del Vescovo di Roma. Lui è il centro. E quindi il suo primo desiderio è stato quello di annunciare Gesù Cristo.
Annunciarlo nel modo più semplice, nel modo più umano, cioè comprensibile all'uomo.
I brani che abbiamo ascoltato questa sera ci riportano all’essenziale dell’annuncio, alla Pasqua di Cristo.
Papa Francesco, per un disegno misterioso di Dio, ci ha lasciato proprio il lunedì dell’Angelo. Speravamo tutti in una ripresa, anzi i segni già c’erano, ma non siamo noi a decidere i tempi. C’è un disegno misterioso di Dio dietro agli eventi.
Il “Papa della gioia”, così mi piace definire Papa Francesco, perché molti dei suoi documenti iniziano sempre con la gioia, ci ha lasciato in un tempo gioioso, quale il tempo di Pasqua. Non ci ha voluto togliere dalle labbra l’alleluia, il canto di gioia per il Signore risorto.
Ci ha dato l'ultima benedizione Urbi et Orbi, all’Urbe e al Mondo, e poi ci ha lasciato. Quindi il Papa ci ha voluto dire continuate a cantare l’alleluia, continuate a stare nella gioia, perché chi sta con Cristo vive nella gioia.
Nel suo ultimo messaggio ci ha consegnato il suo testamento. In esso sono contenuti i temi a lui più cari:
La speranza: «Sì, la risurrezione di Gesù è la nostra speranza».
La vita, il creato, i poveri: «La Pasqua è la festa della vita! Ai suoi occhi ogni vita è preziosa! Quella del bambino nel grembo di sua madre, come quella dell’anziano o del malato, considerati in un numero crescente di Paesi come persone da scartare»
I migranti: «In questo giorno, vorrei che tornassimo a sperare e ad avere fiducia negli altri, anche in chi non ci è vicino o proviene da terre lontane … poiché siamo tutti figli di Dio!».
La Pace e l’Unità fra i popoli: «Vorrei che tornassimo a sperare che la pace è possibile! Dal Santo Sepolcro, Chiesa della Risurrezione, dove quest’anno la Pasqua è celebrata nello stesso giorno da cattolici e ortodossi, s’irradi la luce della pace su tutta la Terra Santa e sul mondo intero»
Nel suo magistero ha posto alla base di tutto la parola di Dio. Leggere la storia con gli occhi della parola di Dio, questa è la cosa più importante. Per questo ha istituito la giornata per la Parola di Dio: ogni anno, un giorno, sia dedicato a celebrare il primato della Parola di Dio.
Nel messaggio per la Giornata missionaria mondiale del 2023, che ho riportato integralmente in una delle mie lettere pastorali, il Papa parla dei cuori ardenti che si lasciano riscaldare dalla parola di Dio. Se c’è un primato nella vita dei credenti, Papa Francesco ci ha detto che è il primato della Parola di Dio. Bisogna farla conoscere, bisogna annunciarla. Non con lo stile del proselitismo, ma con lo stile kerigmatico, cioè quello di un lieto annuncio per una proposta di vita nuova. Quante volte l’ha detto da quella finestra del Palazzo Apostolico da dove si affacciava per recitare l’Angelus: «E torno sempre al consiglio che vi do: portate sempre un piccolo Vangelo tascabile e leggete ogni giorno un passo. Portate il Vangelo: nella borsa, nella tasca e anche nel telefonino, per vedere Gesù. E lì troverete Gesù come Lui è, come si presenta; troverete Gesù che ci ama, che ci ama tanto, che ci vuole tanto bene»[1].
Il secondo tratto, preso sempre dal racconto dei discepoli di Emmaus: occhi che si aprono. Gli occhi dei discepoli si aprono per riconoscerlo risorto dopo che il cuore è stato riscaldato dalla Parola.
Innanzitutto occhi aperti su Cristo che fa i gesti più importanti della sua vita. Sono i gesti dell'ultima cena. Prese il pane, disse la preghiera di benedizione, lo spezzò, lo diede ai suoi discepoli. In questi gesti ci sono il senso dell'offerta di Gesù al Padre, ma anche il segno dell'amore di Gesù per noi uomini. Ci ha detto: «Chi mangia di me vivrà per me» (Gv 6, 57).
In questi gesti noi vediamo la vita di Cristo, ma vediamo la vita del discepolo testimone di Gesù Cristo.
Il terzo tratto: i piedi in cammino. Chi ha incontrato il Risorto è preso da una gioia incontenibile e contagiosa. I due fanno ritorno a Gerusalemme per raccontare e condividere la loro esperienza gioiosa.
Il Papa è innanzitutto un discepolo testimone di Cristo, anche lui ha preso la sua vita e, seguendo Gesù nella chiamata al sacerdozio, ne ha fatto un'offerta.
Poi anche il Papa, ha spezzato la sua vita in mezzo al popolo. Anche negli ultimi tratti, nonostante lo stato di salute debole e fragile, ha spezzato la sua vita per il suo popolo. Ha voluto fino all'ultimo restare in mezzo al popolo che Dio gli ha affidato.
La sua vita si è consumata per annunciare Cristo, per amore dei fratelli, per implorare la pace tra i popoli, per chiedere la giustizia. Per chiedere il rispetto del creato connesso al rispetto dei poveri. Per orientare l’attenzione di tutti verso le periferie geografiche ed esistenziali del mondo. Ricordiamo tutti, nell'anno di misericordia, l'apertura della Porta Santa a Bangui, in Centrafrica.
Solo a partire dagli ultimi, dai semplici, dai poveri si vede bene la realtà. Questo ce l'ha insegnato il Vangelo e ce l'ha ricordato Papa Francesco col suo esempio.
Ha dedicato una giornata mondiale per porre al centro l’attenzione sui poveri. Risponde al suo desiderio espresso all’inizio del suo pontificato: «Come vorrei una Chiesa povera e per i poveri!». Così nell’incontro coi rappresentanti dei media, il 16 marzo 2013, mentre rievocava pubblicamente le circostanze che l’avevano indotto alla scelta del nome: Francesco.
Cuori ardenti, occhi aperti, piedi in cammino.
La Chiesa in uscita è stato il continuo appello. Una Chiesa che va incontro all'umanità sofferente, e di cui si prende cura come in «un ospedale da campo» portando il conforto della parola semplice ma forte del Vangelo. E quando si esce, ci ha ricordato più volte, si possono avere anche degli incidenti: «È meglio una Chiesa incidentata, per uscire, per annunziare il Vangelo, che una Chiesa ammalata da chiusura»[2].
Una Chiesa aperta al mondo, ma sempre con uno scopo ben preciso, annunciare l'amore infinito di Dio che si è rivelato nel Figlio Suo Gesù Cristo. Un amore per tutti. Quante volte ci ha ripetuto quella parola “tutti, tutti, tutti”, perché il Vangelo non esclude nessuno, il Vangelo accoglie, il Vangelo integra.
Carissimi, in questi giorni, durante la celebrazione dell’Eucaristia, al “memento” non si pronuncerà il nome di Papa Francesco, perché il Papa ormai è in una nuova vita, nella vita dei beati. Però resta il nome del Vescovo.
Questo vi dice una cosa importante: chi conduce la Chiesa è Dio, lo Spirito Santo, Cristo ne è il Pastore, ma è affidata in modo particolare al servizio dei successori degli Apostoli, i Vescovi, che costituiscono il Collegio Apostolico in comunione con il successore di Pietro, il Vescovo di Roma, segno e centro di unità di tutta la Chiesa.
La Chiesa è condotta da Gesù Cristo, ma è formata da tutti i battezzati.
Ecco perché per Papa Francesco Chiesa e Sinodo si corrispondono.
La Chiesa Sinodale, il frutto bello del Concilio Ecumenico Vaticano II, è stato un altro dei temi forti del pontificato di Francesco.
Bisogna entrare con lo sguardo della fede per comprendere il ministero del papa, la sua attività, le sue scelte, i suoi discorsi.
Siamo qui per ringraziare Dio per averci dato per questi anni Papa Francesco un consegnato alla Chiesa, un dono per il mondo, un dono riconosciuto anche uomini e donne non credenti o di altre fedi religiose.
Come amava dire Papa Francesco «andiamo avanti», portiamo sempre il Vangelo a tutti gli uomini, prima con i fatti, con la nostra testimonianza. Continuiamo a pregare perché il Signore ci dia un nuovo successore di Pietro, che certamente non sarà un altro Francesco, sarà quello che ci servirà per i prossimi anni a venire. Quando è stato eletto Papa Francesco stavo a Roma e ho atteso il nuovo nome sotto la loggia delle benedizioni, quando è stato proclamato il nome di Jorge Mario Bergoglio nessuno sapeva chi fosse, a molti era sconosciuto.
Già è iniziato il gioco del “Toto-Papa”, ma si sa che nel mondo ecclesiastico gira il detto: «si entra in conclave come Papa e si esce Cardinale».
Chi l’avrebbe detto che l’ultimo Vescovo di Roma sarebbe venuto «dalla fine del mondo». Certamente i Cardinali lo conoscevano bene, perché lui è stato attore principale alla V Assemblea Generale della Conferenza episcopale di tutto il continente latinoamericano, ad Aparecida, nel maggio del 2007, e dove ha lavorato per rendere concreto l’annuncio del Vangelo in quel contesto, e in quel tempo.
Sono certo che i cardinali elettori sapranno chi scegliere, perché verrà suggerito dall'alto. Dobbiamo esserne convinti, l’elezione del Vescovo di Roma, il Papa, non è il risultato di un accordo di tipo politico.
In tale evento entra in azione l'ispirazione dello Spirito Santo per guidare la Chiesa nel futuro. Occorre pregare, invocare il dono dello Spirito perché illumini la Chiesa e faccia capire chi è l’uomo giusto per aiutare la Chiesa a discernere i segni di Dio per questo tempo.
Preghiamo per Papa Francesco, lui lo chiedeva sempre: «Non vi dimenticate di pregare per me».
Grazie ancora per la vostra presenza.
[1] Francesco, Angelus, 16 agosto 2020.
[2] Francesco, Angelus, 20 settembre 2020.
[3] Francesco, Omelia Concistoro ordinario pubblico per la creazione di nuovi Cardinali, Roma, 7 dicembre 2024.


