Omelia del Vescovo di Cefalù
S.E.R. Mons. Giuseppe Marciante
Statio Ecclesiae Cephalocensis
Piazza Roma
Montemaggiore Belsito, 28 giugno 2025
(At 3, 1-10; Sal 18[19]; Gal 1, 11-20; Gv 21, 15-19)
Carissimi fratelli e sorelle,
saluto le Autorità civili e militari e saluto tutti voi per essere qui convenuti, così numerosi, per celebrare insieme la Statio Ecclesiae Cephalocensis.
Ringrazio in modo particolare per l’accoglienza il Signor Sindaco, Dr. Cosimo Gullo, insediatosi da appena un mese, e il Parroco, Don Salvatore Panzarella e la comunità ecclesiale di Montemaggiore Belsito per la generosa accoglienza.
Celebriamo la Statio di quest’anno a conclusione dell’anno giubilare per i 400 anni del ritrovamento del Crocifisso di Belsito e a conclusione del Sinodo Diocesano, nella liturgia vigiliare della solennità dei Santi Pietro e Paolo modelli di sinodalità apostolica.
Nel prefazio della loro festa è fortemente sottolineata la loro diversità e allo stesso tempo la loro unità:
«Oggi ci dai la gioia di celebrare i due santi apostoli:
Pietro, che per primo confessò la fede nel Cristo,
Paolo, che illuminò le profondità del mistero;
il pescatore di Galilea,
che costituì la Chiesa delle origini con i giusti di Israele,
il maestro e dottore,
che annunziò la salvezza a tutte le genti.
In modi diversi,
hanno radunato l’unica famiglia di Cristo,
e, associati nella venerazione del popolo cristiano,
condividono la stessa corona di gloria».
Nella Pentecoste del 2021 Papa Francesco sottolineava che il primo consiglio dello Spirito Santo è vivere pienamente il presente, senza restare bloccati nel passato o angosciati dal futuro. Lo Spirito ci invita a riconoscere l’oggi come il tempo della grazia, opponendosi a nostalgie, paure e incertezze, e richiamandoci a cogliere il valore e le opportunità del momento attuale[1] .
Oggi concludiamo il Sinodo Diocesano, ora il presente dello Spirito per la nostra Chiesa è la conversione sinodale cioè acquisire la mentalità sinodale e missionaria. Ringrazio per il lavoro prezioso svolto da tutti i sinodali che con costanza ed entusiasmo hanno partecipato assiduamente. Ringrazio in modo speciale il Segretario Generale del Sinodo, don Giuseppe Licciardi che ha seguito con pazienza e spirito di servizio tutte le fasi del cammino sinodale e con lui tutta le Segreteria del Sinodo. Un grazie particolare a Padre Salvatore Vacca, Relatore Generale per la sua competenza nel segnare i passi del Sinodo, e ai Relatori dei circoli minori don Calogero Cerami, Don Domenico Messina e don Francesco Lo Bianco.
Ora è il tempo di attuare quanto lo Spirito ci ha suggerito. Ora è tempo di andare.
Ho vissuto questa entusiasmante esperienza come Elia sul monte Oreb. (cfr. 1 Re 19,11-13). Avevo riposto tante aspettative in questa esperienza. Mi dicevo: “Certamente il Signore sconvolgerà la nostra vita diocesana”. Mi aspettavo che Dio parlasse come un vento impetuoso o come un grande terremoto da scuotere il torpore della nostra comunità. Mi aspettavo un fuoco che incendiasse gli animi. Nulla di tutto questo. Allora ho pensato: il Signore certamente ha parlato, ma devo fare lo sforzo di cogliere tra le cose ascoltate, dette e scritte e non scritte il sibilo di un venticello leggero. Come quella brezza rinfrescante che ti godi all’ombra nei giorni della canicola estiva.
Come la brezza leggera di questo magnifico pomeriggio.
Seguendo la brezza del venticello leggero dello Spirito, ti accorgi dei passaggi e delle tappe del cammino che lo Spirito ha segnato. Sarà questo il lavoro che mi aspetta nei caldi giorni di questa estate per riconsegnare alla Diocesi il frutto del lavoro Sinodale nella forma delle costituzioni e per indicare il percorso della fase attuativa del Sinodo.
Negli Atti degli Apostoli, Luca conclude la narrazione della Pentecoste con un sommario che ci ha riportato al clima fresco della vita ecclesiale delle origini. Ci offre anche uno squarcio di vita feriale delle comunità che, unita e perseverante nella preghiera e nella condivisione, viveva con gioia e semplicità, lodando Dio (cfr. At 2, 46-47).
Oggi vogliamo volgere lo sguardo verso Pietro, Giovanni, e Paolo per chiedere l’invocazione del Nome di Gesù per rialzarci dall’immobilismo e camminare seguendo le indicazioni suggerite dal Sinodo diocesano.
1. L’immobilismo.
Il potere di muoversi si può perdere. Una malattia trasforma un gesto, prima facile e leggero, in faticoso, o impossibile. Vale per patologie gravi e per una semplice indisposizione che costringe a letto. Anche alcuni tipi di depressione indeboliscono il potere di muoversi: fiaccando le “e-mozioni”, si inibiscono le motivazioni. Demotivati, non ci si muove. Così pure l’avanzare dell’età limita la fluidità dei movimenti. I gesti diventano incerti e lenti, sempre più bisognosi d’aiuto.
Così l’"immobilismo ecclesiale" si riferisce alla percezione di una Chiesa che fatica ad adattarsi ai cambiamenti sociali e culturali, mantenendo posizioni tradizionali e rifiutando o ritardando riforme necessarie. Questo atteggiamento può essere vissuto in diversi modi; dalla difficoltà di rinnovamento dottrinale alla resistenza a cambiamenti strutturali e pastorali.
Papa Francesco in Evangelium Gaudium ha stigmatizzato l’immobilismo ecclesiale nell’espressione «si è sempre fatto così»[2] che è come un veleno per la Chiesa, perché rifiuta il cambiamento e ignora i segni del tempo presente. Questo atteggiamento porta a usare soluzioni vecchie per problemi nuovi, rischiando di peggiorare le situazioni. Per questo il Sinodo deve essere un processo dinamico, coinvolgendo le Chiese locali in modo concreto e partecipato, promuovendo comunione, partecipazione e missione[3].
Dobbiamo riconoscerlo: non siamo forse da troppo tempo bloccati, parcheggiati dentro una religione convenzionale, esteriore, formale, che non scalda più il cuore e non cambia la vita? Le nostre parole e i nostri riti innescano nel cuore della gente il desiderio di muoversi incontro a Dio oppure sono “lingua morta”, che parla solo di sé stessa e a sé stessa? È triste quando una comunità di credenti non desidera più e, stanca, si trascina nel gestire le cose invece che lasciarsi spiazzare da Gesù, dalla gioia dirompente e scomodante del Vangelo. È triste quando un sacerdote ha chiuso la porta del desiderio; è triste cadere nel funzionalismo[4].
Così l’immobilismo sociale di fronte alla situazione socio-economica e culturale dei nostri paesi agonizzanti a causa dell’emigrazione e rassegnati allo spopolamento. Quanto pessimismo davanti all’ignavia della politica verso il Sud sempre più impoverito delle migliori risorse umane!
A volte noi viviamo come parcheggiati nella rassegnazione, senza quello slancio del desiderio che ci porti più avanti. La fede, per partire e ripartire, ha bisogno di essere innescata dal desiderio, di mettersi in gioco nell’avventura di una relazione viva e vivace con Dio. Ma chiediamoci - il nostro cuore è ancora animato dal desiderio di Dio? O lasciamo che l’abitudine e le delusioni lo spengano? È da qui che nasce la resistenza al cambiamento.
L'immobilismo può anche manifestarsi nella difficoltà di rinnovare strutture e processi decisionali, creando situazioni di stallo e rallentando la capacità della nostra Chiesa di rispondere alle sfide contemporanee.
Ed è così che ci rifugiamo nell’eccessivo attaccamento alle tradizioni, persino ai drappi che adornano le nostre chiese, che spesso rendono difficile l'integrazione di nuovi approcci e prospettive.
2. Guarda verso di noi.
Pietro e Giovanni fissarono lo sguardo sul paralitico e gli chiesero al di fare altrettanto. Lo stimolarono ad esprimere il desiderio e la volontà di rialzarsi da quella posizione umiliante dove nessuno lo degnava di uno sguardo e dove il malato sentiva la vergogna di alzare lo sguardo. È l’invito a cambiare posizione, a mutare lo sguardo sulla realtà, è una presa di coscienza, è un sussulto di dignità, è la richiesta più dignitosa di quella dell’elemosina, la richiesta di potersi rialzare e camminare. Siamo chiamati questa sera ad alzare lo sguardo verso la Chiesa degli Apostoli, di Pietro di Giovanni e di Paolo, e lasciarci rialzare per rimetterci in cammino con la forza del Nome di Gesù, certi della presenza dello Spirito in una chiesa sinodale: “dove due o più sono uniti nel mio Nome, io sono in mezzo a loro”.
3. Il Sinodo come terapia dello Spirito.
Un rimedio alla perdita di movimento è la fisioterapia, la riabilitazione. Un percorso riabilitativo è assai complesso, delicato. Spesso è lungo, perciò è insensato tergiversare, rimandandone continuamente l’inizio. Comincia solo grazie alla fiducia reciproca tra riabilitatore e riabilitato. Senza la speranza nel recupero del paziente nessun fisioterapista lo curerebbe. Senza il presagio della riuscita, il presentimento favorevole circa la competenza del riabilitatore, il malato non sopporterebbe nessun esercizio. La speranza nella riuscita innesca l’altra condizione necessaria di un percorso riabilitativo: la disponibilità a sottoporsi allo sforzo. Nell’esperienza dello sforzo vibra un mistero interessante: la voglia di vivere. Costa sforzo a tutti anche alla Chiesa muoversi di più per ottenere come il risultato la scioltezza, la grazia. Il cammino post-sinodale sarà un percorso fisioterapico, riabilitativo per la nostra Chiesa. Perciò esige speranza, sforzo ed esercizio ripetuto. Abbiamo un “fisioterapista” affidabile: lo Spirito Santo.
Dal brano degli Atti degli Apostoli possiamo ricavare perciò cinque esercizi spirituali:
Primo esercizio: pregare insieme.
La preghiera, personale e comunitaria, è alla base del risveglio delle comunità. I discepoli salivano al Tempio per pregare, consapevoli che senza il Signore nulla si può realizzare. La preghiera comune è fonte di forza, come insegna Gesù, e l’ora nona richiama la preghiera di Gesù, quella della sua offerta sulla Croce. Solo affidandosi a Dio si può costruire qualcosa di duraturo e autentico.
Secondo esercizio: il muoversi insieme.
La missione è compito della comunità, non del singolo. Gli Apostoli furono inviati a due a due, e anche dopo Pentecoste agivano insieme. L’annuncio del Vangelo si fa nella comunione ecclesiale, non nel protagonismo individuale. Nessun evangelizzatore può agire fuori da un contesto comunitario e senza mandato. Il punto di riferimento è la comunità diocesana, guidata dal Vescovo. Le celebrazioni e gli eventi diocesani hanno la priorità su quelli delle singole realtà locali, associazioni o movimenti.
Terzo esercizio: l’annuncio nella ferialità della vita.
La missione si vive nell’incontro quotidiano, nei luoghi della vita di tutti i giorni. Papa Francesco parla di una “Chiesa in uscita”, formata da credenti che testimoniano nel quotidiano la fede con gesti e scelte significative, capaci di suscitare domande negli altri, come accadde a Gerusalemme dopo la Pentecoste: “Che cos’è questo?” e “Che cosa dobbiamo fare?”.
Quarto esercizio: l’annuncio nasce dal coraggio di guardare e di toccare la realtà.
Pietro mostra coraggio nel guardare e confrontarsi con il bisogno dell’altro, senza paura di vedere la sofferenza e lasciarsene interpellare. Tocca e aiuta l’uomo storpio a rialzarsi. Allo stesso modo, il nostro annuncio deve coinvolgere concretamente la vita e le difficoltà delle persone intorno a noi. L’evangelizzazione cammina con la cura delle relazioni. Senza relazione non passa il Vangelo. L’Apostolo Paolo in particolar modo evangelizzava e fondava le comunità con attenzione, ascolto e cura delle relazioni; ne sono prova le lettere inviate alle diverse comunità.
Quinto esercizio: puntare all’essenziale nell’annuncio.
Il “Nome” di Gesù rappresenta una potenza che guarisce, risana, dona vita e fa crescere. È il nome sopra ogni altro, davanti al quale ogni ginocchio si piega e ogni lingua proclama “Gesù Cristo è Signore” (cfr. Fil 2,9-11). Pietro evidenzia che la vera forza della Chiesa risiede in questo Nome, spesso dimenticato o nascosto sotto parole vuote. Il messaggio essenziale è annunciare Gesù, che significa “salvezza”, capace di ridare vita e far camminare.
Il Vangelo, carissimi, è una parola che risana e rigenera.. Pur non offrendo vie facili, incoraggia, apre orizzonti, dona speranza e spinge a vivere una vita più bella, libera e degna di essere vissuta.
4. Chiesa di Cefalù svegliati, alzati e cammina.
Svegliati Chiesa di Cefalù a una nuova prospettiva bella,
quella di riscoprirti popolo in cammino, un popolo amato dal Signore e libero di servirlo.
Svegliati, apri gli occhi su ciò che ti sta attorno e guarda
e vedi un popolo numeroso che aspetta il lieto annuncio di Cristo,
la tua testimonianza di fede, una parola di speranza, la carezza della tua carità.
Svegliati, metti le vesti più belle, quelle delle beatitudini e che profumano di santità.
Alzati Chiesa di Cefalù al richiamo della voce dello Sposo divino, ridestati alla primavera dello Spirito, scuoti la polvere dell’immobilismo. Ritorna a cantare come nei giorni dell’amore e le tue labbra stillino il miele della lode verso il tuo amato.
Alzati e cammina Chiesa di Cefalù, proclama il Vangelo ad ogni uomo.
Alzati e cammina porta la gioia e il perdono di Cristo.
Alzati e cammina, segui il tuo Signore e consegnagli la tua vita.
Alzati e cammina annuncia la salvezza e porta la speranza.
Alzati e cammina Chiesa di Cefalù e porta la consolazione agli afflitti.
Alzati e cammina e invita tutti alla festa delle nozze dell’Agnello.
Amen.
[1] Cfr. Francesco, Omelia di Pentecoste, 23 maggio 2021.
[2] Cfr Francesco, Evangelii Gaudium, n. 33.
[3] Cfr. Francesco, Discorso per l’inizio del percorso sinodale, 9 ottobre 2021.
[4] Cfr. Francesco, Omelia dell'Epifania, 6 gennaio 2022.


