Omelia del Vescovo di Cefalù
S.E.R. Mons. Giuseppe Marciante
Trasfigurazione del Signore
Santissimo Salvatore
Basilica Cattedrale
Cefalù, 06 agosto 2025
Saluto le Autorità civili e militari presenti,
Saluto voi tutti, presbiteri, diaconi e fedeli qui riuniti per celebrare la festa della Trasfigurazione di nostro Signore, il Santissimo Salvatore.
Saluto i “discepoli del Signore” che, nella processione, porteranno per le strade della Città l'immagine di Gesù Salvatore.
Saluto infine i pazienti e il personale sanitario dell’Istituto Fondazione “G. Giglio” di Cefalù che ci segue in diretta grazie a “Il Cefalino” e all’Ufficio Stampa dell’Ospedale.
«Circa otto giorni dopo questi discorsi, Gesù prese con sé tre discepoli, Pietro, Giovanni e Giacomo e salì su un monte a pregare» (Lc 9, 28): abbiamo appena ascoltato dal Vangelo di Luca. Ma quali sono questi discorsi?
Sappiamo che si tratta anzitutto del primo annuncio di Gesù sulla sua passione, morte e risurrezione e quindi della reazione di Pietro vissuta da Gesù come una grande delusione per l’incomprensione e il fraintendimento del primo degli Apostoli sulla vera missione del Messia. Se infatti poco prima l’aveva riconosciuto come il Cristo di Dio, ora invece gli consiglia, prendendolo da parte, di non recarsi a Gerusalemme perché il Cristo non sarebbe dovuto morire: Gesù rimprovera Simone scorgendo nella sua voce quella del Tentatore.
La prima reazione di Gesù di fronte a quanto accaduto negli otto giorni è la preghiera; un tempo favorevole per fare unità e raccogliere i sentimenti e compiere il discernimento degli spiriti così da lasciarsi guidare dal Padre suo attraverso i successi e gli insuccessi, le gioie e le prove della vita. Salire con Lui sul monte della preghiera è ciò che Gesù chiede a noi suoi discepoli per non rischiare di rimanere schiacciati dalle prove legate alla missione che ci è stata affidata. Ecco la ragione della presenza di Mosè ed Elia sul Tabor: costoro si trovano con Gesù per portargli la consolazione di cui ha bisogno. La loro presenza non ha solo un significato “teologico”; di rappresentare cioè la testimonianza della Legge e dei Profeti, ma va ben oltre. Mosè ed Elia, con il loro vissuto, le loro storie, offrono a Gesù la consolazione di cui ha bisogno perché conoscono bene il suo esodo, quanto Egli sta per attraversare. Hanno vissuto il loro esodo attraverso dure prove; hanno addirittura chiesto a Dio di morire. Mosè, subito dopo la delusione del popolo che si è costruito l’idolo del vitello d’oro, si rivolge al Signore implorandone il perdono: «Se tu perdonassi il loro peccato […]. Altrimenti, cancellami dal tuo libro che hai scritto!» (Es 32,32). Gli fa eco Elia: «Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei mie padri». (1Re 19,4).
Entrambi hanno avuto grosse delusioni, per le quali a tutti e due è concessa la visione di Dio. Dalla nube usci una voce: «Che diceva: “Questi è il Figlio mio, l'eletto; ascoltatelo!”»: è la voce del Padre che conferma ai tre discepoli la strada che Gesù dovrà intraprendere: l’esodo oggetto della conversazione di Gesù con Mosè ed Elia. Gesù viene dunque consolato e rafforzato - come farà l’angelo al Getsemani, secondo il racconto di Luca, nel momento della lotta estrema (cf. Lc 22,43-44) - circa il suo esodo, ovvero sul futuro della sua missione e della sua vita e anche per le altre prove che ha vissuto.
La voce e la nube (segni della presenza del Padre e dello Spirito) che accompagnano la Trasfigurazione ci ricordano che Gesù il Cristo conosciuto nella carne va accolto come il Figlio e perciò la su parola va accolta come Parola di Dio.
Ricorre quest’anno il 1700mo anniversario del Concilio di Nicea, convocato dall’imperatore Costantino il 20 maggio 325 e conclusosi il 25 agosto successivo.
La confessione cristologica dei Padri conserva specialmente oggi la sua permanente attualità sia per il progresso della comunione ecumenica sia all’interno delle nostre Comunità in cui è osservabile un forte risveglio delle tendenze ariane che si manifestano soprattutto nel fatto che diverse persone sono sensibili a tutti gli aspetti dell’umanità di Gesù di Nazaret, ma hanno difficoltà nell’accogliere in pieno la fede cristologica della Chiesa, in quanto vedono come problematico il secondo articolo del Credo secondo cui Gesù è l’Unigenito Figlio di Dio, presente in mezzo a noi come il Risorto. Spesso non si riesce più a scorgere oggi il volto del Figlio di Dio nell’uomo Gesù, nel quale si riconosce soltanto un essere umano, seppur eccezionale e particolarmente buono.
Questa è la seconda volta che il Padre manifesta la gloria del Figlio – ossia la sua vera identità. Il credo niceno-costantinopolitano che proclamiamo nella liturgia è legato in modo speciale a una pretesa di validità nella Chiesa universale ed è stato accolto anche dalla Chiesa primitiva come vincolante per tutti i cristiani [1]. Esso rappresenta quindi il vincolo ecumenico più forte della fede cristiana. Pertanto, è importante e auspicabile che in quest’anno la sua confessione cristologica venga riaffermata nella comunione ecumenica.
Nella Trasfigurazione si può vedere un passo ulteriore della progressiva rivelazione dell’identità di Gesù. Nonostante Pietro sia colui che è stato rimproverato pesantemente dal Maestro, tuttavia egli è di nuovo invitato da Gesù a seguirlo sul monte della Trasfigurazione.
Per Pietro vi è una nuova possibilità, quella che gli permetterà ancora una volta di cambiare idea su Gesù e sul modo in cui questi è il Messia e il Figlio. Gesù doveva mostrare la sua gloria (Luca insiste per due volte con la parola gloria), e su quel monte rivelerà il suo destino ultimo e quello di ognuno di noi, l’esodo che anche noi dobbiamo prima o poi portare a compimento.
L’annuncio della passione e morte di Gesù – e anche nostra – non è mai completo se ad esso non è associato quello della gloria, della risurrezione. La nostra sorte infatti si compirà quando anche il nostro corpo, la nostra vita, saranno trasfigurate e anche noi – come già Pietro, Giovanni e Giacomo – vedremo il Risorto “così come egli è”, non solo nella sua forma umana, ma nella sua più completa realtà. – Nicea dice: “Consustanziale al Padre (homooúsios)”. In questo modo, è stabilito con una impressionante chiarezza che colui che “ha preso carne per noi uomini ... e ha sofferto” è Dio, homooúsion tō Patri.
La Trasfigurazione di Gesù è anche profezia della nostra futura trasformazione. Essa anima la nostra speranza.
Concludo questa mia riflessione, comunicandovi una bella notizia: il Venerabile Capitolo Lateranense ha accolto la mia richiesta di affiliazione, con vincolo particolare, della nostra Basilica Cattedrale del Santissimo Salvatore e dei Santi Apostoli Pietro e Paolo all’Arcibasilica Papale del Santissimo Salvatore e dei Santi Giovanni e Giovanni Evangelista in Laterano. Meglio nota come San Giovanni in Laterano, è la Cattedrale di Roma, sede del Vescovo di Roma e perciò Mater et Caput di tutte le chiese di Roma e del mondo.
Con questo segno esprimiamo oggi ancor di più la nostra vicinanza al Vescovo di Roma, Papa Leone XIV, successore di Pietro: rafforziamo ancor di più la nostra confessione di fede in Gesù Cristo:
“unigenito Figlio di Dio,
nato dal Padre prima di tutti i secoli:
Dio da Dio, Luce da Luce,
Dio vero da Dio vero,
generato, non creato,
della stessa sostanza del Padre”.
Amen.
[1] Cfr. K. KOCH, Prefetto del Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, Il significato del primo Concilio Ecumenico a Nicea nell'anno 325 per noi oggi, Belgrado, 27 ottobre 2022). https://www.christianunity.va/content/unitacristiani/it/cardinal-koch/20220/conferenze/Il-Significato-del-primo-Concilio-Ecumenico-a-Nicea-nell-anno-325-per-noi-oggi.html
Foto: Armando Geraci


