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Omelie del Vescovo (19.05.2018)

19/05/2018 21:30:00

Segreteria Vescovile

#Omelie del Vescovo,

Omelie del Vescovo (19.05.2018)

Veglia di Pentecoste

Omelia del Vescovo di Cefalù

S.E.R. Mons. Giuseppe Marciante

 

Veglia di Pentecoste 

 

Santuario dello Spirito Santo

Gangi, 19 maggio 2018

 

 

Carissimi, 

con la festa di Pentecoste si conclude il tempo pasquale: si può dire che tutto l’anno liturgico è in funzione di questo giorno dell’effusione dello Spirito Santo. Molti si chiedono, specialmente tra gli esegeti e gli studiosi, quando è avvenuta questa effusione?

Secondo alcuni, seguendo Giovanni, l’effusione dello Spirito avviene nel momento in cui Gesù viene innalzato sulla croce: «Gesù, gridando con gran voce, disse: "Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito." E detto questo, rese lo spirito» (Gv 23,46).

Alcuni in questo spirare di Gesù vedono avverarsi la profezia che abbiamo ascoltato, detta da Gesù stesso: «"Chi ha sete venga a me e beva chi crede in me; come dice la Scrittura: fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno." Questo egli disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui: infatti non c’era ancora lo Spirito, perché Gesù non era stato ancora glorificato» (Gv 7,37-39). Difatti un soldato con una lancia colpisce il costato di Cristo e da esso escono sangue e acqua; simboli dell’amore: sangue, il sacrificio di Cristo; l’acqua, l’effusione dello Spirito.

C’è una seconda effusione, quando il Risorto si presenta ai discepoli e, dopo aver mostrato le mani e il costato, consegna loro lo Spirito attraverso il suo alito di vita, dicendo le parole: «"Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi"» (Gv 20,22).

Infine, c’è l’effusione a tutta la Chiesa, rappresentata da coloro che stanno nella camera alta del cenacolo, la Chiesa intera che sta per diffondersi in tutto il mondo, grazie all’effusione dello Spirito. La Chiesa riunita in preghiera con Maria, la madre di Gesù, come narra Luca in At 2,1-13. Anche noi questa sera siamo riuniti in preghiera con Maria, la madre di Gesù, e con lei siamo in attesa dello Spirito Santo. Dove c’è lei, c’è effusione dello Spirito. La sua presenza attira lo Spirito Santo in mezzo noi. Perché scende lo Spirito? Scende per realizzare una Chiesa in uscita missionaria. Difatti, subito dopo l’effusione dello Spirito, si sono aperte le porte del cenacolo e Pietro per primo insieme a tutti gli altri, escono all’aperto e senza paura proclamano che Cristo è risorto. Ecco il motivo della discesa dello Spirito Santo: darci il coraggio di dire a tutti che il Signore è risorto ed è vivo. In sintesi questo è il kèrygma che dobbiamo annunciare a tutti con testimonianza della vita oltre che con le parole.

L’evangelizzazione obbedisce al mandato missionario di Gesù: «"Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato"» (Mt 28,19-20).

«Oggi, in questo "andate" di Gesù,» - ci ricorda Papa Francesco - «sono presenti gli scenari e le sfide sempre nuovi della missione evangelizzatrice della Chiesa, e tutti siamo chiamati a questa nuova "uscita" missionaria» [1].

Mi colpiscono le parole del profeta Ezechiele che dice: «Il Signore mi portò fuori in spirito e mi depose nella pianura che era piena di ossa; mi fece passare accanto ad esse da ogni parte. Vidi che erano in grandissima quantità nella distesa della valle e tutte inaridite» (Ez 37,1-2).

E mi pongo una domanda: cosa significa evangelizzare nel nostro contesto? Cosa significa evangelizzare nei nostri Comuni? Evangelizzare in fondo è profetizzare, ridare vita alle ossa aride.

Penso che noi come Chiesa di Cefalù dobbiamo evangelizzare un popolo che ha perso la speranza.

Dico questo perché, visitando i nostri Comuni, sento sempre parole di tristezza; c’è un popolo che vede i più giovani andare via "senza visioni", lasciare la propria terra; i vecchi che muoiono e portando via la memoria, nascono meno bambini - a Petralia sottana è stato chiuso il reparto della natalità - e abbiamo pochi battesimi.

Un popolo dunque che vede i vecchi lasciare questo mondo senza poter fare sogni perché mancano i giovani che fanno la profezia. Restano solo le terre abbandonate e aride, restano solo le mura delle vecchie case e delle chiese come muti testimoni di un popolo dal passato glorioso che si offre all’ammirazione di un turismo "mordi e fuggi". Attraverso questi simboli, abbiamo stigmatizzato lo stato d’animo degli abitanti delle nostre terre.

E allora cosa significa evangelizzazione? Che cosa significa effusione dello Spirito Santo? «Figlio dell’uomo, queste ossa sono tutta la casa d’Israele. Ecco, essi vanno dicendo: Le nostre ossa sono inaridite, la nostra speranza è svanita, noi siamo perduti. Così dice il Signore Dio» (Ez 37,11-12) - ecco allora l’intervento dello Spirito Santo; perciò dobbiamo invocarlo.

Dice il profeta: «Io profetizzai come mi aveva comandato e lo spirito entrò in essi e ritornarono in vita e si alzarono in piedi; erano un esercito grande, sterminato» (Ez 37,9-10). «Spirito, vieni dai quattro venti e soffia su questi morti, perché rivivano». Non sarà forse un segno di speranza che i nostri paesi vengano ripopolati, vedano tornare i giovani, si registrino nuove nascite? Ecco la speranza! Ecco perché è necessario lo Spirito Santo, per evangelizzare questa profezia. Una profezia straordinaria per le nostre terre. Evangelizzare nel nostro contesto significa innanzitutto creare prospettive di futuro, per i nostri giovani, ragioni forti perché restino al Sud. Tutto questo richiede un cammino comune, una Chiesa sinodale, che coinvolga anche le strutture sociali e politiche dei nostri paesi, della nostra regione e direi anche della nostra nazione. Questa è una missione che il Signore ci affida, una missione di speranza. Ma la sinodalità presuppone innanzitutto l’ascolto di ciò che lo Spirito dice alla nostra Chiesa.

L’ascolto è il primo momento generativo; la fede viene dall’ascolto.

La Chiesa esiste in quanto serva della Parola di Dio, essa stessa sta sub verbo Dei. Una Chiesa che non si lascia evangelizzare, diventa sterile. Prima di fare programmi bisogna mettersi in ascolto. La prima tappa del nostro cammino sinodale deve essere dedicata all’ascolto, l’ascolto comunitario della Parola di Dio, senza la quale non abbiamo luce, non possiamo leggere la realtà. L’ascolto dei segni dei tempi e l’ascolto reciproco tra di noi e le diverse istituzioni che compongono la nostra realtà. La realtà è complessa per cui è necessario imparare linguaggi diversi per comprenderla e poi lievitarla con la luce del Vangelo.

Si dice che la verità è sinfonica, non monotona. La tentazione di Babele è stata quella dell’omologazione, del cosiddetto pensiero unico, la dittatura della legge dell’economia forte sui ritmi dei più fragili, tale da produrre, come dice Papa Francesco, gli scarti.

È necessario il miracolo della Pentecoste: saper parlare e comprendere il linguaggio dell’altro in modo da vivere come ricchezza la diversità e non mortificare l’originalità di ognuno nell’uniformità. Nello Spirito molteplicità e unità camminano sempre insieme. Ecco perché è necessaria la sinodalità di cui parliamo.

Ecco il motivo per cui mi sono messo subito in atteggiamento di ascolto. È vitale per il mio ministero e per la vita della Diocesi il vostro contributo per capire la realtà del nostro territorio e la risposta della nostra comunità diocesana alla sfida della nuova evangelizzazione. Alla fine della veglia vi sarà consegnata la mia prima lettera in cui vi ho posto alcune domande. È mio vivo desiderio avere la risposta da ognuno, dal più piccolo al più grande, dagli operai agli insegnanti, dai contadini e dai pastori.

Chiedo a tutti di rispondere a queste domande perché ho bisogno di imparare, conoscere, sapere e capire.

Lo si può fare solo ascoltando. Ho bisogno di voi e della vostra esperienza.

Ciascuno e tutti siamo soggetti protagonisti della potenza dello Spirito pur nella differenza del compito nei confronti del mondo. «Io effonderò il mio spirito sopra ogni uomo e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie; i vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni. Anche sopra gli schiavi e sulle schiave in quei giorni effonderò il mio spirito» (Gl 3,1).

Lo Spirito parla attraverso tutti così che nessuno può dire: io non ho lo Spirito, perché tutti quelli che siamo qui, siamo stati battezzati e cresimati. Tutti abbiamo dunque ricevuto il dono dello Spirito e abbiamo da dire e da fare. Sinodalità è un camminare insieme, è mettere in pratica tutte le azioni del cristiano e della Chiesa insieme e nella reciprocità.

Come vi ho detto nel giorno del mio ingresso, non è una nuova attività da aggiungere alle altre, ma un’istanza che muta la maniera di fare le cose, perché si fanno insieme, in comunità, ascoltando tutti, si fanno accogliendo tutti, dando a tutti la possibilità di agire secondo le forze che hanno e i doni ricevuti dallo Spirito.

Ci sarà una seconda fase: il momento in cui bisognerà fare un discernimento sulle scelte da compiere in vista della missione. Fare discernimento significa saper cogliere l’essenziale che non coincide sempre con ciò che è più urgente. Soprattutto è necessario discernere ciò che è essenziale nell’annuncio del Vangelo.

Si tratta di semplificare tutta la vita ecclesiale alla luce del Vangelo, luce che consente di ascoltare con limpidezza che nel Cristianesimo c’è un primato, che è il primato dell’amore. Ciò comporta anche la critica di ciò che essenziale non è.

Dobbiamo imparare anche questo: individuare il rischio di far passare per centrali aspetti certamente rilevanti ma che non manifestano il cuore del messaggio di Gesù Cristo. Cercare l’essenziale significa porsi la domanda di quante cose inutili possiamo togliere dalla nostra vita, dalle nostre chiese per poter trarre ciò che è autentico, vero e necessario.

Concludo dicendo che i poveri ci educano all’essenziale. I poveri vengono visti da Papa Francesco come coloro che hanno qualcosa da insegnarci; dice addirittura hanno un insegnamento, hanno un magistero, sono evangelizzatori, non sono soli destinatari del Vangelo da parte nostra, dobbiamo andare da loro e ascoltarli e capire che loro sanno darci la buona notizia. Molte delle nostre famiglie vivono dell’essenziale.

Quante famiglie umili e modeste sono maestre della nostra vita; quelle famiglie che si contentano di poco perché hanno poco. Non è facile entrare in quest’ottica perché ci vuole un occhio esercitato e una frequentazione costante e una capacità di cura di quelli che sono più poveri, ultimi e scartati. Solo una Chiesa capace di ascoltare i poveri li potrà far vivere nel suo seno e divenire una Chiesa povera. Veni Pater pauperum, insegnaci a dare ascolto ai più piccoli, perché sappiamo cogliere ciò che ci unisce e ciò che è essenziale. Amen.  

  

 


[1] Francesco, Evangelii Gaudium, 20.

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