Omelia del Vescovo di Cefalù
S.E.R. Mons. Giuseppe Marciante
Vigilia di San Benedetto Abate, Patrono d'Europa
Castelbuono, Centro Pastorale Emmaus
10 luglio 2026
Cari fratelli nel sacerdozio,
nel giorno in cui celebriamo San Benedetto patrono d’Europa, la liturgia ci mette davanti a una domanda tagliente, quasi audace, che Pietro rivolge a Gesù nel Vangelo di oggi: “Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito; che cosa dunque ne avremo?” (Mt 19,27).
È una domanda che, se siamo onesti con noi stessi, abita anche il nostro cuore di sacerdoti. Nei giorni di stanchezza, di solitudine pastorale, o di fronte a un’Europa secolarizzata che sembra rifiutare il Vangelo che annunciamo, anche noi sussurriamo: “Signore, abbiamo lasciato la possibilità di una nostra famiglia, i nostri progetti, il nostro tempo... che cosa ne avremo?”.
San Benedetto non risponde a questa domanda con una teoria, ma con una vita spesa nell'essenziale. Sebbene non fosse sacerdote, la sua Regola e le letture di oggi offrono a noi, presbiteri del XXI secolo, tre coordinate fondamentali per ritrovare la gioia e la fecondità del nostro "sì".
La prima lettura, tratta dal libro dei Proverbi, si apre con un imperativo che è il cuore stesso della via benedettina: «Figlio mio, se tu accoglierai le mie parole [...] tendendo l'orecchio alla sapienza» (Pr 2,1-2).
Impossibile non sentire qui l'eco del celeberrimo incipit della Regola: «Obsculta, o fili, praecepta magistri, et inclina aurem cordis tui, et admonitionem pii patris libenter excipe et efficaciter comple» (Ascolta, figlio mio, gli insegnamenti del maestro e apri docilmente il tuo cuore; accogli volentieri i consigli ispirati dal suo amore paterno e mettili in pratica con impegno).
Sottolineo il verbo “inclina” che, oltre all’ascolto fisico, non significa semplicemente sentire delle parole con le orecchie, ma interiorizzarle profondamente: ascoltare cioè con il cuore. Si sottolinea la disposizione dell’anima: l’atto di "inclinare” anche fisicamente ci riporta l’immagine del monaco che si inchina quando si nomina la Trinità o il nome di Gesù Cristo.
Indica umiltà, obbedienza e totale apertura verso l'insegnamento spirituale e divino.
Fratelli, il primo dovere del nostro ministero non è il “fare”, ma l'ascoltare.
Il pericolo più grande per un sacerdote oggi è l’attivismo vuoto, il burnout pastorale che nasce quando smettiamo di essere discepoli per diventare solo manager del sacro.
Il libro dei Proverbi ci ricorda che la conoscenza di Dio è un tesoro nascosto che richiede ricerca, silenzio, intimità.
San Benedetto voleva che nel monastero nulla fosse anteposto a Cristo e perciò all’Opus Dei, alla preghiera comunitaria e alla Lectio Divina.
Per noi sacerdoti, questo significa rimettere al centro la vita di preghiera, non come un dovere d’ufficio da sbrigare tra un appuntamento e l’altro, ma come il luogo in cui il nostro sacerdozio viene continuamente rigenerato.
Solo un sacerdote che ascolta e che prega sa parlare al cuore dell’uomo contemporaneo.
Nel Vangelo, Gesù promette ai dodici che siederanno su dodici troni a giudicare le dodici tribù d’Israele. È una promessa di autorità, ma di un’autorità che passa per il totale svuotamento di sé.
San Benedetto applica questo principio con estrema radicalità nella sua Regola, in particolare nei capitoli dedicati ai sacerdoti che chiedono di entrare in monastero (Cap. 60 e 62). Egli scrive che il sacerdote deve «guardarsi dal gonfiarsi d'orgoglio o dalla presunzione» e che deve sapere di essere «molto più sottomesso alla disciplina».
Questa è una parola terapeutica per il nostro sacerdozio.
Il ministero non ci conferisce uno status di privilegio, non ci eleva sopra il popolo di Dio. L’ordinazione ci chiama a una sottomissione più grande all’amore e alla verità.
Come l’Abate benedettino, siamo chiamati a esercitare la paternità, non il potere.
La Regola ci ricorda che l’Abate deve «giovare più che comandare». Che sia questo lo stile del nostro ministero nelle parrocchie, nella curia, nelle comunità: l’autorità che nasce dall’autorevolezza spirituale e dall’umiltà e non dal clericalismo.
Torniamo alla promessa finale di Gesù: «Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna» (Mt 19,29).
Cos’è questo “cento volte tanto” per noi sacerdoti di oggi?
San Benedetto lo ha visibilmente realizzato edificando monasteri che sono diventati fari di civiltà dove la comunione fraterna superava le divisioni dei popoli barbari e romani.
Il nostro cento volte tanto non è il successo pastorale, ma è la fecondità delle relazioni che generiamo.
Come Patrono d'Europa, Benedetto ha ricostruito un continente frammentato attraverso la stabilitas loci, la stabilità del luogo e delle relazioni.
In un presbiterio e in una società spesso frammentati, dove regna l’individualismo, il sacerdote è chiamato a essere custode della comunione.
Il Salmo 33 ci ha fatto pregare: «Gustate e vedete com'è buono il Signore».
Il mondo e l’Europa secolarizzata non si convertiranno per i nostri piani pastorali perfetti, ma se potrà “gustare e vedere” comunità sacerdotali e parrocchiali dove ci si ama davvero, dove si vive il perdono, dove si sperimenta la vera fraternità.
Cari fratelli, San Benedetto conclude il capitolo della sua Regola sugli strumenti delle buone opere con questa massima: «Non disperare mai della misericordia di Dio».
Oggi, davanti all'altare, rinnoviamo la nostra offerta. Non abbiamo lasciato tutto per ricevere un riconoscimento umano, ma perché abbiamo trovato la perla preziosa.
Chiediamo a San Benedetto l’intercessione per il nostro ministero in questa terra d’Europa: ci conceda l’umiltà nel servizio, l'equilibrio tra preghiera e azione, e quella stabilità nel bene che attira i cuori a Cristo.
Affinché, come scriveva il Santo Abate, noi sacerdoti per primi: «non anteponiamo assolutamente nulla a Cristo, il quale ci conduca tutti insieme alla vita eterna». Amen.


