​​​​Diocesi di Cefalù | Cephaludensis Ecclesia

 

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Diocesi di Cefalù | Cenni storici

 

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Nel primo millennio dell’era cristiana Cefalù fu sede vescovile, ma non se ne conosce la data di fondazione. Molto probabilmente cessò di essere sede vescovile durante la dominazione musulmana. Il 7 giugno 1131, giorno di Pentecoste, Ruggero II (1130-1154) «rifondò» in Cefalù la chiesa in onore del Salvatore, volendo stabilire il clero per la chiesa che stava per costruire, si recò personalmente dai canonici agostiniani di Santa Maria di Bagnara di Calabria, nella diocesi di Mileto, per trattare della loro possibile presenza a Cefalù e per definire i loro rapporti con la chiesa e con la canonìa che ivi si era proposto di insediare. A Bagnara fu accettato il suo progetto, e venne perfino ordinato che la canonìa di Santa Maria di Bagnara di Calabria fosse subordinata alla nuova canonìa di Cefalù. Ciò fu autorevolmente istituzionalizzato anche da Anacleto II con la bolla del 14 settembre 1131 con la quale, peraltro, si elevava la chiesa di Cefalù a chiesa cattedrale e concedeva che il primo vescovo della nascente Chiesa cefaludense (cardinalem episcopum) ricevesse per manum messanensis archiepiscopi mysteria consecrationis. Ugone, arcivescovo di Messina, nell’ottobre successivo, ritagliava dalla sua circoscrizione le Chiese di Patti-Lipari e Cefalù, facendo anche di quest’ultima la sua suffraganea, mentre egli stesso si autoelevava al rango ecclesiastico di metropolita. Alla diocesi di Cefalù venivano inoltre assegnati i territori di Mistretta, Tusa, Pollina, Gratteri, Isnello, Collesano, Polizzi, Caltavuturo, Sclafani e Aliminusa che, secondo la costituzione apostolica di Alessandro III del 1171, costituiranno i confini della «nuova» diocesi. 

Il primo vescovo della diocesi fu Jocelmus (1131- 1146), di origine campana, e allora priore di Bagnara. La storia della città di Cefalù e della diocesi si identifica, per diversi secoli, con quella del vescovato. Questo è stato possibile, soprattutto, per quella struttura e istituzione politica ed ecclesiastica che ha realmente segnato per quasi otto secoli la storia della Chiesa di Sicilia, cioè la legazia apostolica. Con l’avvento della dinastia sveva, nella Chiesa di Cefalù si aprì un nuovo ciclo di vescovi, che ha inizio con Giovanni di Cicala (1195-1214). 

Nel XIV secolo ebbe inizio un periodo di dissensi tra vescovi, capitolo, re e papa, che si acuirono durante lo scisma d’Occidente e si conclusero solamente nella prima metà del XV secolo. Fu allora che, cessando nel 1410 la dinastia aragonese e succedendo la dominazione dei re di Castiglia, il re Alfonso (1416-1458) il 26 febbraio 1422 presentò al papa, come vescovo di Cefalù, prima Antonio di Pontecorona dei frati predicatori (1422-1445), e dopo Luca de Sarzana dei frati minori (1445-1472). 

Al Concilio di Trento partecipò il vescovo Francesco d’Aragona (1525-1561), ma chi iniziò la riforma in diocesi fu il vescovo Ottaviano Preconio (1578-1587). Questi, con la celebrazione del primo sinodo diocesano del 1584, inaugurò la prassi della celebrazione dei sinodi per l’applicazione del concilio. La celebrazione dei sinodi diocesani, pur essendo stata saltuaria e senza una puntuale scadenza, favorì l’attuazione del Tridentino nella diocesi cefaludense. Il massimo sviluppo di questo rinnovamento si ebbe tra XVI e XVII secolo con la fondazione di molte confraternite e associazioni laicali, la costruzione o ricostruzione di chiese e oratori e la ristrutturazione di molte chiese parrocchiali. Ma il rinnovamento ecclesiale è stato segnato soprattutto dall’insediamento di diversi ordini religiosi e dalla relativa presenza di diverse loro case religiose. 

Il vescovo Francesco Gonzaga (1587-1593) si propose di «ridurre alla Romana» il duomo di Cefalù, con risultati disastrosi. Al felice periodo della Riforma e del rinnovamento del XVI e XVII secolo, seguirono due secoli di decadenza durante i quali si indebolirono lentamente le diverse strutture religiose, forse per le difficili relazioni tra i vescovi e i canonici della cattedrale, al punto che lo stesso capitolo della cattedrale di Cefalù, costituito sin dal primo sorgere della basilica ruggeriana dallo stesso re fondatore, venne secolarizzato e sciolto da papa Clemente X con la bolla del 22 settembre 1671, su richiesta del vescovo Giovanni Roano (1660-1674) e con il consenso di re Carlo II. 

Il XVIII secolo si apre con la celebrazione dell’ultimo sinodo diocesano, voluto e promosso dal vescovo Matteo Muscella (1702- 1716), le cui costituzioni furono date alle stampe nel 1707 a Palermo. Nella seconda metà del secolo, per l’autorevolezza morale e spirituale dei vescovi Gioacchino Castelli (1755-1788) e Francesco Vanni dell’ordine dei teatini (1789-1803), tra i vescovi e i canonici cessarono i contrasti che, però, si ripresenteranno con i presbiteri diocesani e dureranno fino all’episcopato di Gaetano D’Alessandro (1888-1906). 

Con la bolla di Gregorio XVI del 20 maggio 1844, In suprema militantis Ecclesiae specula, Cefalù viene assoggettata al metropolita di Palermo e le vengono sottratte le seguenti comunità: Castel di Lucio, Mistretta, Motta d’Affermo, Pettineo, Reitano, Santo Stefano di Camastra, Tusa, Cerda e Vallelunga, mentre le sono assegnate: Castebuono, Petralia Sottana, Petralia Soprana, Geraci Siculo, Gangi e San Mauro Castelverde. 

La storia della diocesi dei primi decenni del XX secolo fu segnata dall’opera pastorale dei vescovi: Anselmo Evangelista Sansoni (1908-1921), Giovanni Pulvirenti (1922- 1933) ed Emiliano Cagnoni (1934-1969). Quest’ultimo diede impulso agli studi teologici; riorganizzò la curia vescovile; si occupò della vita pastorale nelle parrocchie; partecipò al concilio Vaticano II, ma furono i suoi successori che ne intrapresero l’applicazione in diocesi. ​

 

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