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Diocesi di Cefalù

Cephaludensis Ecclesia 

Omelie del Vescovo (06.09.2020)

09/09/2020 11:23:00

Segreteria Vescovile

#Omelie del Vescovo,

Omelie del Vescovo (06.09.2020)

Maria Santissima di Gibilmanna

Omelia del Vescovo di Cefalù

S.E.R. Mons. Giuseppe Marciante

 

Maria Santissima di Gibilmanna

 

Santuario Maria Santissima di Gibilmanna

Gibilmanna, 06 settembre 2020

 

 

Carissimi fratelli e sorelle, vi saluto tutti con affetto.

Ringrazio il Guardiano della Comunità di Gibilmanna, P. Salvatore Vacca O.F.M. Capp., per le parole che ha usato nei confronti della Comunità diocesana.

Ringrazio tutti i frati Cappuccini di Gibilmanna per il servizio reso ai pellegrini del Santuario e per l’opera straordinaria a servizio dei poveri nella casa di accoglienza.

Saluto il Sindaco di Castellana Sicula, Francesco Calderaro, il Parroco, Don Francesco Richiusa, e tutta la Comunità di Castellana Sicula che si è preparata al gesto dell’offerta dell’olio con una missione popolare; un evento ricco di frutti e soprattutto un momento di gioia per tutta la comunità. Saluto anche la Comunità di Gratteri che lo scorso anno ha offerto l’olio.

Saluto il Sindaco di Cefalù, Rosario Lapunzina, e i rappresentanti delle forze militari e delle associazioni di volontariato qui presenti.

Il primo segno che Gesù offre ai suoi è quello della festa delle nozze: dopo aver chiamato i primi discepoli, Gesù li conduce a una festa di nozze; dà inizio al suo ministero con una festa. Sarà questa – quella della festa – la cifra della Sua missione. Seguire Gesù è andare alla festa: così si dovrebbe vivere ogni celebrazione eucaristica come l’esperienza di una festa.

Gesù inizia il Suo ministero in terra con una festa e lo concluderà in cielo con un'altra finale: quella delle nozze dell’Agnello, com'è scritto nel libro dell’Apocalisse: «Rallegriamoci ed esultiamo, rendiamo a lui gloria, perché son giunte le nozze dell'Agnello; la sua sposa è pronta» (Ap 19,7).

Attraverso il segno delle nozze di Cana, Gesù inaugura una nuova alleanza, significata dal vino nuovo.

Cos’è l’alleanza se non uno sposalizio?

Quando celebriamo le nozze diciamo infatti che tra gli sposi si crea un’alleanza. Quella che inaugura Gesù non è un patto giuridico fondato su delle norme, sulla legge (rappresentato dalle sei giare vuote), ma una relazione d’amore come quella sponsale. Per noi Cristiani, infatti, il matrimonio non è semplicemente un atto giuridico, anche se a livello canonico e civile è regolato da norme giuridiche, ma essenzialmente è un’alleanza d’amore; un’autentica relazione d’amore. Solo una relazione d’amore può riempire del vino nuovo le giare della legge dell’antica alleanza; solo l’amore può riempire una relazione.

Dio in Gesù diventa lo sposo dell’umanità e da queste nozze nasce la nuova umanità.

La Chiesa ne è il sacramento, il segno e lo strumento di un’umanità nuova. La storia del mondo si concluderà col banchetto delle nozze eterne dell’Agnello.

Notiamo ora un fatto particolare: penso che gli sposi siano parenti di Maria e Gesù. Maria non va da sola alla festa delle nozze, porta con sé Gesù che non cammina mai da solo, ma con i discepoli. Qualcuno azzarda l’idea che il vino è finito perché i discepoli di Gesù erano tanti, quasi a dire che non bastava il vino per quante persone aveva portato Gesù a quella festa di nozze.

Maria e Gesù sono le due presenze che assicurano l’amore in questa festa: averli nelle nostre feste, in ogni nostra relazione, è avere amore assicurato; nel banchetto della vita le loro presenze portano l’amore, garantiscono la gioia.

Non c’è festa se la si celebra da soli perché è importante la compagnia che assicura l’allegria. La comunità degli amici dà senso alla festa. Ecco perché Gesù e Maria non vanno soli, ma portano la comunità.

C’è ora un secondo punto: l’attenzione ai bisogni, specialmente dei più indigenti, appunto dei più bisognosi.

L’attenzione è sinonimo di amore: solo una madre la possiede in forma connaturale alla maternità, essa è viscerale perché aperta ad accogliere la vita di un altro.

La parola “attenzione” viene da ad-tendere: tendere verso. Solo se c’è apertura del cuore all’altro c’è la vera attenzione. Se c’è chiusura, dagli altri si pretendono solo doveri e quindi manca l’attenzione.

Non accorgersi del bisogno dell’altro significa privarlo del soccorso. E accorgersi e non soccorrerlo significa ucciderlo: ecco perché ad esempio non si può rifiutare in modo assoluto il soccorso in mare ai naufraghi. Non soccorrere o abbandonare una persona che ha avuto un incidente per strada, o peggio, che tu stesso hai provocato, equivale ad ucciderlo: è un omicidio.

La Chiesa si batte con forza per il rispetto di questi valori perché sono i valori di un vero umanesimo ispirato al Vangelo.

L’esperienza della casa di accoglienza di Gibilmanna è un esempio vivo di attenzione ai naufraghi della vita.

La carità della Chiesa, come una mamma, si accorge dei bisogni dei più poveri e diseredati e, come Maria, non chiude la porta di casa a chi bussa; non respinge chi chiede asilo e accoglienza perché disperato.

Noi tutti siamo qui perché bisognosi e ci rivolgiamo con fiducia a Lei, a bedda matri, a gran Signura.

L’uomo – scusate il termine –  è un essere “deficiente” vale a dire che manca sempre di qualcosa, non si regge da solo, ha sempre bisogno dell’altro. L’autosufficienza è una bugia, è un grande inganno dire: "non ho bisogno degli altri".

Si cita spesso un aforisma di Luciano De Crescenzo: «Gli uomini sono angeli con un'ala sola. Possono volare solo abbracciati». Un’immagine quanto mai eloquente.

Don Tonino Bello penso facesse riferimento a questo aforisma quando scrisse la preghiera: "Dammi, Signore, un'ala di riserva”.

Mi piace riproporla in questo contesto:

 

A volte, nei momenti di confidenza, oso pensare, Signore, che anche tu abbia un'ala soltanto.

L'altra, la tieni nascosta: forse per farmi capire che anche tu non vuoi volare senza di me.

Per questo mi hai dato la vita: perché io fossi tuo compagno di volo.

Insegnami, allora, a librarmi con te.

Perché vivere non è "trascinare la vita", non è "strappare la vita", non è "rosicchiare la vita".

Vivere è abbandonarsi, come un gabbiano, all'ebbrezza del vento.

Vivere è assaporare l'avventura della libertà.

Vivere è stendere l'ala, l'unica ala, con la fiducia di chi sa di avere nel volo un partner grande come te!

 

Maria si accorge di questo bisogno radicale dell’umanità e lo presenta al Figlio: “non hanno più vino”.

L’umanità senza la fede si annacqua, l’umanità senza il vino della parola di Gesù, senza l’amore di Dio, è una povera umanità, fino a divenire una disumanità.

Maria chiede al Figlio il primo segno: trasformare l’acqua in vino. Trasformare la nostra religiosità in fede. Perché la fede porti la festa della comunione.

È festa solo se si esce dall’isolamento, dalla chiusura, dall’egoismo.

Cos’è, infatti, quell’ insoddisfazione che fa da background alla nostra vita?

Insoddisfazione che resta anche se mi dico religioso? È la chiusura verso l’altro.

Posso anche dichiarare di credere in Dio, ma se mi riferisco a un Dio solitario senza accogliere l’altro, allora quella fede, anche se osservante di un elenco di precetti e di doveri,  è un inganno perché non genera vita.

Solo se accetto Dio, accompagnato dagli altri, la fede potrà colmare il vuoto che c’è in me.

Così, se accetto l’altro senza la compagnia di Dio, prima o poi mi stancherò dell’altro, perché comincerò a trovarne i limiti, i difetti, i peccati, i tradimenti e le delusioni.

Solo Dio potrà reggere e sostenere l’accoglienza dell’altro. Diceva il grande Papa, San Paolo VI: “Ogni uomo è mio fratello”.

Oggi c’è una pandemia ancora più pericolosa del COVID-19, è la pandemia dell’individualismo, dell’intolleranza verso chi è diverso. È la pandemia del razzismo strisciante che produce la morte della convivenza pacifica tra gli uomini e crea nuovi bisognosi, nuove povertà, nuovi scarti umani.

In questa festa della Madonna di Gibilmanna auguro a tutti l’attenzione e l’apertura del proprio cuore a Gesù e alla sua compagnia. 

Indirizzo di saluto del 

Rev.do P. Salvatore Vacca O.F.M. Capp.

Guardiano del Santuario di Gibilmanna

 

 

Eccellenza, Vescovo amato e stimato,

siamo sempre contenti di averLa con noi e sentirLa puntualmente presente nella nostra quotidianità.

Viviamo sentimenti di vera gratitudine per il bene che ci vuole e che ci ha particolarmente fatto durante questi mesi difficili. Ella è stata prossima e provvida a noi frati cappuccini di Gibilmanna e ai nostri ospiti della Casa di Accoglienza Maria Santissima di Gibilmanna.

La presenza delle Comunità di Castellana Sicula, Calcarelli e Nociazzi, rappresentate dal loro sindaco, Francesco Calderaro, arricchisce questa assemblea liturgica. Il primo centenario della fondazione della Parrocchia “San Francesco di Paola” in Castellana ha ulteriormente segnato il desiderio popolare di presenziare a questo incontro ecclesiale.

Sono trascorsi trentuno anni da quando Castellana ha offerto per la prima volta l’olio alla Madonna di Gibilmanna. Era il 3 settembre 1989. Era sindaco l’avv. Francesco Paolo Geraci e parroco l’immemorabile don Giuseppe Maria Abbate.

Con animo lieto e riconoscente ringraziamo tutti i cittadini e le famiglie delle tre Comunità per la fede e la devozione con cui hanno accolto e incontrato il simulacro della Madonna di Gibilmanna e per l’affetto e la stima che hanno dimostrato nei nostri confronti invitandoci, accogliendoci e coinvolgendoci nella loro Comunità per le loro iniziative pastorali e culturali.

La carità generosa di questa gente ci commuove e ci aiuta a fare sempre di più per i fratelli meno fortunati di noi.

Il sindaco, Francesco Calderaro, e il parroco don Francesco Richiusa, sono stati molto attenti e rispettosi nei momenti organizzativi.

L’attenzione e la premura di don Francesco ci hanno poi edificato e insegnato come ci si relaziona e ci si accoglie.

Accogliamo e ringraziamo la presenza del p. provinciale dei frati cappuccini di Messina, Luigi Saladdino, e la partecipazione dei signori sindaci: Rosario Lapunzina, sindaco di Cefalù, e il vice sindaco di Gratteri, l’avv. Antonella Porcello. Un grazie sentito va al gruppo di volontari: quaranta unità di forza creativa e lavorativa. Infine ricordiamo il coinvolgimento del Comitato gangitano.

Quest’anno la Festa della Madonna di Gibilmanna ci invita ad alzare le mani della nostra fede verso il cielo per chiedere la liberazione dal contagio del Coronavirus e per implorare la sapienza divina perché, facendoci guidare dalla santa Regina di Gibilmanna, madre di Misericordia, possiamo vivere rinnovate e sincere relazioni umane.

Pensavamo di rimanere sani in un mondo malato. Eppure siamo tutti minacciati. Stiamo infatti affrontando, con molte difficoltà, questa terribile, nuova e incomprensibile sfida che ci sta cambiando e trasformando.

Durante questo tempo della prova dobbiamo alimentare i sentimenti che furono di Cristo Gesù e della sua beatissima Madre, cioè essere umili e misericordiosi, farci carico delle persone bisognose, accompagnandole come Gesù, il buon samaritano, che lava, pulisce, solleva il suo prossimo.

Maria, madre della salute e della salvezza, come alle nozze di Cana, provveda per noi a darci il Figlio Gesù, medico e farmaco di immortalità! Ne siamo certi, Ella è già all’opera nel mondo, è attiva per noi.

Il COVID-19 ci ha portati all’aperto, sulle strade e sulle piazze; ci ha fatti uscire dal nostro Santuario; usciti all’aperto ci ha fatto incontrare molta più gente, e gente che non conoscevamo; abbiamo chiamato tutti, nessuno escluso, a rinnovare la propria fiducia in Gesù nostro Salvatore.

La Chiesa, nata in uscita, cioè missionaria, è chiamata ad uscire dai templi e dalle cattedrali; ad incontrare per le strade e ai crocicchi delle città l’uomo contemporaneo. Gesù ci ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi e predicare un anno di grazia del Signore (Lc 4,18-19). Questo è l’anno di grazia del Signore.

Durante questo tempo le nostre assemblee domenicali sono state partecipate qualitativamente e quantitativamente; molta gente ha raggiunto il Santuario della Madonna di Gibilmanna. Molti, durante il periodo del lockdown, attraverso i mezzi di comunicazione, hanno seguito con emozione e carica spirituale la preghiera del Rosario e la lettura della Parola di Dio, proposte dalla nostra sensibilità pastorale. Ci siamo sentiti utili.

Maria di Gibilmanna ha distribuito ciò che è stato necessario per medicare ogni uomo ferito e piagato, e amorevolmente va ancora incontro ad ogni bisogno. Sull’esempio materno di Maria abbiamo moltiplicato, grazie alla sensibilità paterna e fraterna del nostro Vescovo, le nostre risorse a favore degli ospiti poveri, privi di una fissa dimora, che vivono presso la Casa di Accoglienza. La Chiesa di Cefalù, attraverso la voce autorevole e l’azione puntuale del suo Vescovo, padre e pastore, si è pure fatta ospedale da campo. Essa, impiegando le sue risorse, è venuta incontro a chi, in questo momento, ha avuto bisogno d’aiuto, ha accompagnato chi è rimasto al bordo della strada solo, sfiduciato, smarrito.

Papa Francesco ci invita a ripensare in modo radicale alla vita ecclesiale. Egli definisce la Chiesa ospedale da campo. È un invito pressante, rivolto a tutti noi, a dare la priorità ai feriti e a porre le esigenze del prossimo prima delle nostre.

La Chiesa ospedale da campo è l’antitesi della Chiesa autoreferenziale; è un’espressione che stimola l’immaginazione e ci obbliga a ripensare a la nostra identità, la nostra missione e la nostra vita comune di discepoli di Gesù Cristo.

Siamo tutti figli della Chiesa. Dovunque siamo, non possiamo alzare muri e frontiere, ma dobbiamo costruire piazze e ospedali da campo. Siano i nostri animi forti, solidali e corresponsabili! Non ci è consentito essere indifferenti ed egoisti. Non possiamo sottrarci alle nostre responsabilità; quali costruttori di una città nuova e di una Chiesa rinnovata, dobbiamo metterci a lavoro per un mondo migliore. Non ci è consentito guardare dal balcone la vita, ma dobbiamo impegnarci ed immergerci in essa perché siano nostre le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, soprattutto dei poveri e di tutti coloro che soffrono. Nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel nostro cuore! (cfr. GS, proemio).

Dobbiamo avvicinare tutti i feriti; riscaldare il cuore delle persone piagate, camminare nella notte con loro, saper dialogare e anche scendere nella loro notte, nel loro buio, senza perderci.

Lo Spirito Santo sta rivelando un inedito volto di Chiesa.

Nel libro dell’Apocalisse Gesù dice che sta alla porta e bussa. L’idea è che Gesù bussi stando al di fuori della porta. Papa Francesco inverte l’immagine, invitandoci a prendere in considerazione i tempi in cui Gesù bussa dal di dentro, in modo che noi possiamo lasciarlo uscire. Quando la Chiesa si tiene Cristo per sé e non lo lascia uscire, diventa autoreferenziale, e poi si ammala. Papa Francesco: Se la Chiesa non assume i sentimenti di Gesù, si disorienta, perde il senso. Se li assume, invece, sa essere all’altezza della sua missione. I sentimenti di Gesù ci dicono che una Chiesa che pensa a se stessa e ai propri interessi sarebbe triste. Le beatitudini, infine, sono lo specchio in cui guardarci, quello che ci permette di sapere se stiamo camminando sul sentiero giusto: è uno specchio che non mente.

I sentimenti di Gesù ci liberino da questo pericolo e ci spingano ad uscire da noi stessi per andare verso le periferie ed evangelizzare i bisognosi!

Papa Francesco ripete: l’ho detto più di una volta e lo ripeto ancora oggi a voi: «preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze. Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti» (Evangelii gaudium, 49).

La Chiesa è vicina e prossima all’umanità malata; si fa ospedale da campo pieno di feriti, ne abbiamo già fatto esperienza durante i mesi terribili della battaglia contro il COVID-19; cura le ferite e riscalda il cuore dei fedeli ammalati; annuncia il Vangelo su ogni strada, predica la buona notizia del Regno e cura, anche con la predicazione, ogni tipo di malattia e di ferita.

Questa è evangelizzazione. Questa è la missione affidata alla Chiesa da Gesù Cristo. È questa la sfida di Cristo per la Chiesa di oggi: essere un ospedale da campo per i feriti, annunziare un lieto messaggio, non stare seduta ad aspettare che chi ha bisogno si faccia vivo; uscire verso le periferie, lì dove abitano gli oppressi; stare al fianco dei feriti sul campo di battaglia.

Abbiamo fondati e seri motivi per pensare e sognare che una Chiesa, piazza e punto di incontro, via e punto di riferimento, facendosi anche ospedale da campo, possa radicalmente cambiare il modo in cui consideriamo la nostra vita di fede. Essa ci trasforma da persone che vivono nello stesso quartiere, che hanno in comune l’origine etnica o la classe sociale, che vanno regolarmente a Messa o sono membri della parrocchia, in persone responsabili capaci di accollarsi l’opera di guarigione e di condivisione delle sofferenze del loro prossimo.

Maria di Gibilmanna prega, offre e intercede per il bene di tutti, ci mostra come affrontare e attraversare questa pandemia, come riadattare le nostre abitudini, come alzare gli sguardi e stimolare la nostra preghiera.

Ella assisti il mondo, doni salute ai corpi e conforto ai cuori, non ci lasci in balia della tempesta! Non siamo autosufficienti, da soli affondiamo. Maria di Gibilmanna abbiamo bisogno di Tuo Figlio, come gli antichi naviganti delle stelle.

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