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"Chi cerca il volto di Cristo, alzi lo sguardo in alto"

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12/11/2018, 12:01

nomine



Nomine-e-Provvedimenti---15


 





COMUNICATO             

In data odierna, il Vescovo di Cefalù, S.E.R. Mons.Giuseppe Marciante, continuando il progetto di riordino della Curia Diocesana,ha provveduto allacostituzione del:   

1.     XII Consiglio Presbiterale, chiamando a farne parte i Reverendi: 

Membri di diritto:  

Licciardi can. Giuseppe, Pro Vicario Generale 
Amato sac. Giuseppe, Commissione Presbiterale Regionale 
Casamento mons. Francesco, Coordinatore 2° Vicariato 
Cerami sac. Calogero, Rettore Seminario e CommissionePresbiterale Regionale 
Crapa sac. Nicola, Coordinatore 5° Vicariato 
Messina can. Domenico, Coordinatore 1° Vicariato 
Sausa sac. Domenico, Coordinatore 6° Vicariato 
Silvestri mons. Giovanni, Coordinatore 4° Vicariato 
Vacca mons. Giuseppe, Coordinatore 3° Vicariato  

Membri eletti dai Presbiteri:  

Alfonzo sac. Antonio Massimo 
Biundo p. Aurelio ofm Cap. 
Falcone sac. Calogero 
Lo Bianco sac. Francesco 
Martina sac. Saverio 
Mogavero sac. Franco 
Panzarella sac. Salvatore 
Scelsi mons. Sebastiano 
Scileppi sac. Santo 
Sideli mons. Domenico  

Membri nominati dal Vescovo: Franco sac. MarcelloOrlando sac. SandroSapuppo sac. FrancescoVacca p. Salvatore ofm Cap.  

2.     Collegio dei Consultori, nominando i Reverendi Presbiteri:  

Casamento mons. Francesco 
Biundo p. Aurelio ofm Cap. 
Licciardi can. Giuseppe 
Lo Bianco sac. Francesco 
Mogavero sac. Franco 
Panzarella sac. Salvatore 
Scelsi mons. Sebastiano 

3.     Consiglio per gli Affari Economici, indicando i Signori: 

Casamento mons. Francesco, Parroco 
Dinoto dott. Nicola, Commercialista 
Di Paola dott. Pasquale, Avvocato 
Piscitello dott. Angelo, Notaio 
Sorbera dott. Gianpiero, Bancario   

Inoltre,sabato 10 novembre u.s., Mons. Vescovo ha nominato Rettore della Chiesa San Pasquale in Cefalù il Reverendo Monsignore Paolo Iovino, in atto Canonico Penitenziarenella Basilica Cattedrale.               

S.E.R.Mons. Vescovo esprime sentimenti di gratitudine a coloro che in questi anni, inquanto membri di Organismi di partecipazione, hanno contribuito al camminodella Chiesa che è in Cefalù e assicura costante preghiera.               

AlReverendo Monsignore Giuseppe Camilleri per i tanti anni a servizio nellaChiesa San Pasquale e degli anziani nell’II.PP.A.B. "Genchi - Collotti", riconoscenzainfinita.                         

Cefalù, dal Palazzo Vescovile, 12 novembre 2018
07/11/2018, 16:22



Una-stagione-per-risorgere.-Riflessione-del-Vescovo-Giuseppe-sul-maltempo-in-Sicilia.-


 




"La terra protesta per il male che le provochiamo". Mentre la Sicilia ancora piange le vittime del maltempo e cerca chi è ancora disperso, mentre si fa la conta dei danni alle città e al territorio, mons. Giuseppe Marciante, vescovo di Cefalù e delegato CESi per i Problemi sociali e il Lavoro, la Giustizia, la Pace e la Salvaguardia del Creato, cita Papa Francesco e propone una riflessione ad alta voce su quanto avvenuto "di nuovo", dopo Giampilieri e Scaletta Zanclea, su quanto non abbiamo imparato da quelle tragedie e su "quanti morti, quante altre vittime, quante altre tragedie annunciate o da evitare, dovranno ancora accadere prima che si comprenda che la prima opera pubblica che è necessaria alla Sicilia e a tutta l’Italia è la messa in sicurezza del territorio". Chiede l’impegno di tutti, in primo luogo dei cattolici, degli amministratori e dei responsabili, per "trasformare questi disagi in progetti", perché tutti dobbiamo "identificarci tra i colpevoli" di quanto è avvenuto. Ecco il testo del suo intervento.
           
 
Nell’autunno del 2009 mi trovavo a Roma. Attraverso la radio appresi la notizia di un evento disastroso. Si parlò di vite spezzate. A Giampilieri e a Scaletta Zanclea, località fino a quel giorno forse sconosciute, per un diluvio di fango perdettero la vita 37 persone. Si gridò ad alta voce che questa ennesima tragedia, figlia dell’incuria e del mancato rispetto delle norme, poteva essere evitata. Seguirono diverse analisi che condussero ad una conclusione da tutti condivisa: non è colpa della natura. Le responsabilità sono terrene. Bisogna identificare i colpevoli. Poi si dava voce alla speranza: mai più tragedie come questa. Negli anni a seguire, purtroppo, non sono mancati altri simili eventi disastrosi. Al dire il vero, ogni tragedia, oltre al dolore e alle lacrime, è stata sempre accompagnata dalla solidarietà e da una rete di aiuti e di soccorsi preziosa e commovente.

 Autunno del 2018. Mi trovo a Cefalù. Sul mio telefonino trovo un link: strage a Casteldaccia, nove vittime, due bambini. Attivo una ricerca. Si parla di un’ondata di maltempo che colpisce la Sicilia.  Il bilancio è tragico: dodici vittime. Una villa è travolta dal fango. Continuo a leggere altri titoli. Si è scatenato l’inferno in pochissimo tempo. Non c’è stato il tempo per salvarsi. E’ stata aperta un’inchiesta. Al momento il fascicolo è contro ignoti e senza ipotesi di reato.  Durante l’intera giornata il mio ricordo nella preghiera vuole raggiungere i familiari delle vittime. Cerco anche con fatica di memorizzare i loro nomi. Tra questi: Rachele, un anno; Francesco, tre anni; Federico, quindici anni; Stefania e Marco, trentadue anni. A seguire tutti gli altri.

Dopo pranzo ritorno a leggere la Lettera Enciclica Laudato Si di Papa Francesco sulla cura della Casa Comune. E’ veramente profetica. Va letta e riletta. Al n° 2, in riferimento alla terra, Francesco scrive: "Questa sorella protesta per il male che le provochiamo, a causa dell’uso irresponsabile e dell’abuso dei beni che Dio ha posto in lei. Siamo cresciuti pensando che eravamo suoi proprietari e dominatori autorizzati a saccheggiarla". Ancora, al n° 8 Bergoglio, citando il Patriarca Bartolomeo, ci invita ad un pentimento personale sul nostro modo di maltrattare il pianeta, perché "nella misura in cui noi tutti causiamo piccoli danni ecologici" siamo chiamati a riconoscere "il nostro apporto piccolo o grande, allo stravolgimento o alla distruzione dell’ambiente". Purtroppo, ci dimentichiamo che noi tutti contribuiamo al compiersi di tragedie come quella di Casteldaccia. E’ sotto i nostri occhi una atroce verità. Il nostro è un territorio devastato dall’abusivismo. Non si contano gli edifici, le ville e le villette costruite in aree franose   o nei letti dei torrenti le cui fognature scaricano anche sui fiumi. Quando si parla di Sicilia viene in mente il dramma della cementazione selvaggia. Si parla di un abusivismo edilizio che sfiora il 49%. L’edilizia abusiva è una nostra emergenza; il nostro territorio ne è fortemente devastato. L’abusivismo edilizio va combattuto. Bisogna tempestivamente attivare una campagna di informazione e formazione sulle conseguenze che sulla sicurezza delle nostre vite sono legate all’abusivismo edilizio. Tanti cittadini ne sono purtroppo incoscienti; c’è una sorta di cecità che va curata sui pericoli che incombono sulle nostre vite. Chiediamoci tutti: quanti morti, quante altre vittime, quante altre tragedie annunciate o da evitare, dovranno ancora accadere prima che si comprenda che la prima opera pubblica che è necessaria alla Sicilia e a tutta l’Italia è la messa in sicurezza del territorio? Non riduciamo quest’opera soltanto ad una padulosa e lenta pratica burocratica. Il solo iter burocratico può arrestare tutto, per anni e anni. Così succede quasi sempre. Nella nostra Sicilia, in tutto il Mezzogiorno.

Saltiamo insieme il pungente e arrugginito filo spinato del ritardo. Ritorno ad affermarlo, e in questo contesto, con più forza: nei nostri paesi la lentezza e la cifra che vedo dovunque presente. Riprendiamo tra le mani le relazioni geologiche che ci descrivono le situazioni del nostro territorio; le mappature che ci indicano le zone a rischio idraulico di esondazione; i cambiamenti climatici impongono nuove e aggiornate strategie di pianificazione legate alle caratteristiche geomorfologiche dei nostri territori che spesso sono geologicamente fragili oltre che segnati dall’abusivismo edilizio. Pensiamo anche ai terribili disagi che vive il nostro territorio per la situazione precaria della rete viaria, ai nostri comuni delle Madonie spesso in situazioni di quasi isolamento. Trasformiamo questi disagi in progetti. In questi territori fragili il ripristino immediato della rete viaria sia un nostro fronte di battaglia. Attiviamoci per la manutenzione e la cura dei corsi d’acqua, anche dei più piccoli. L’esperienza ci insegna che basta "una bomba d’acqua" per trasformare un ruscello in "un oceano". Ridare sicurezza ai nostri territori significa custodire la vita di ogni cittadino.

Ricordiamocelo sempre e vicendevolmente: un crimine contro la natura non è solo un peccato contro Dio, ma è un crimine contro noi stessi. Identifichiamoci tra i colpevoli di queste stragi. Non lasciamoci anche noi inghiottire dal fangoso scorrere del tempo. Negli anni sessanta Bob Dylan, a proposito di violenze e stragi che uccidevano l’uomo, cantava: la risposta soffia nel vento. Io invito me stesso e tutti a riprendere tra le mani il Cantico delle creature di San Francesco; continua a insegnarci che: "la terra ne sustenta et governa".  La terra ci ricorda Papa Francesco in Laudato Si:" E’ come una madre bella che ci accoglie tra le sue braccia". Ritorniamo come figli tra le sue braccia.
 
Cefalù, 07 novembre 2018

+ Mons. Giuseppe Marciante
04/11/2018, 16:25

vescovo, omelie



Omelia-del-Vescovo-Giuseppe-nel-centenario-della-fine-della-Prima-Guerra-Mondiale


 





Carissimi,   
un saluto particolare anzitutto alleautorità civili e militari in questo giorno che ricorda l’unità nazionale. Avetevisto come l’enfasi ormai non è più sulla vittoria della Prima Guerra, ma sull’unitàdella Nazione. E proprio su questo dobbiamo insistere perché ogni guerra è unsempre un malaffare, in tutti i sensi. Soprattutto perché la guerra porta morte;l’unità invece porta la vita. Certo bisogna difendere l’unità della Nazione, macon le armi della pace e non della guerra. Ringrazio in modo particolare l’Arma dei Carabinieriperché attraverso l’Associazione NazionaleCarabinieri - Sezione di Cefalù quest’anno si sono messi a disposizione perun servizio di accoglienza e volontariato in Basilica Cattedrale.In ogni caso noi oggi ricordiamo tutti icaduti della Prima Guerra Mondiale, definita da Papa Benedetto XV "l’inutilestrage". Gli interventi della Chiesa sono stati a favore di chi era inbattaglia, soprattutto dei nostri soldati e delle tante migliaia di vedove e orfani;a favore sempre delle persone più fragili. Il Vangelo di oggi ci dice qual è il centrodella nostra fede: era questa la questione che si poneva a Gesù. Una questioneper tendergli un tranello, ma Gesù esce sempre vittorioso con la Verità non conle armi. Gesù non aggiunge nulla di nuovo rispetto alla legge antica: il primo comandamentodi Israele è Shemà Israel, "Ascolta Israele:il Signore è il tuo Dio" e quindi l’amore a Dio si dimostra nell’amore del comandamento,le cosiddette "Dieci Parole" di cui tre sono comandamenti che riguardano Dio.Tutti gli altri riguardano l’amore del prossimo. Ecco perché la sintesi dellanostra fede è: "Ama il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta l’anima econ tutte le tue forze e il prossimo tuo come te stesso". Gesù loda il suo interlocutoreperché ha parlato bene, ha capito bene qual è il centro della fede di Israele el’evangelista che ci riporta questo episodio dice anche qual è il centro dellanostra fede. Il dramma sapete qual è? È quando noi separiamol’amore di Dio da quello del prossimo. Gesù unifica i due comandamenti in unosolo: "Ama il Signore Dio tuo, ama il prossimo come te stesso". Disgiungere questi comandamenti è fatale. Separarel’amore di Dio dall’amore del prossimo ci fa cadere in due grandi errori: sottolinearesolo l’amore di Dio, ci fa cadere nell’integralismo al punto tale da ucciderein nome di Dio; sottolineare solo il secondo, l’amore per il prossimo, c’inducein un altro difetto, il materialismo dove l’uomo perde il suo vero volto, ilsuo vero significato in una società costruita senza Dio. La Prima guerra viene fuori da un periodochiamato la Belle Époque dove l’uomoquasi si sostituisce a Dio perché era capace di inventare le cose più potenti,tanto potenti da diventare mezzi di distruzione di massa. Ecco i due estremi,ecco perché l’amore di Dio non va disgiunto dall’amore del prossimo e viceversa.Amare il Signore, amare il prossimo, amare i fratelli. Addirittura Gesù arrivaa dire di amare il proprio nemico.Ma nell’Europa cristiana dove matura la PrimaGuerra Mondiale, i figli dello stesso Dio si combattevano: tutti cristiani i popoliche si facevano guerra, ricordiamolo, tutte imparentate tra loro le teste coronatedi allora. Al fronte sotto le bandiere nazionali gli uni contro gli altri. Lo scrittore George Bernard Shawstigmatizza così questa situazione: "gli altari di Cristo si sono trasformantiin altari di morte", è terribile questa constatazione. Benedetto XV nella nota del 1917 fu un gridoinascoltato che provocò 16 milioni di morti con 20 milioni di feriti e mutilati.Una strage tra fratelli. Vorrei qui portarvi un commento di Don PrimoMazzolari sul perché la gente andò in guerra. Scrive così Don Primo:   

Ilbenessere di un prolungato periodo di tranquillità pesava sovra un mondoincapace di estenderlo agli umili con una più equa distribuzione di quellaricchezza che la tecnica riusciva a produrre a meno costo e più largamente. Ilpopolo, manovrato con preoccupante facilità, s’incupiva. Che gl’importava unaricchezza che egli guadagnava faticosamente per gli altri, di cui solo lebriciole, e contese ancor queste, venivangli serbate? La guerra scoppiò nelpieno di codesto malcontento di diritti defraudati e di rivolte contenute, inmezzo a una generazione che, dopo averla odiata a parole, era ancora capace diaccettarla se un motivo ideale qualsiasi ve la spingesse. Quando lo star male ècosì diffuso che non si capisce per quale strada uscirne, le catastrofi datutti deprecate, finiscono per essere da tutti inconsciamente accettate dietrola speranza che il respiro si allarghi in un’aria nuova o almeno rinnovata. 

PRIMO MAZZOLARI, La pieve sull’argine e l’uomo dinessuno, Edb, 1978 (or. 1951), p. 38-39 

Questo scriveva Don Primo. Ma ecco un’altratestimonianza più vicina a noi del poeta Ignazio Buttita, una lettera natadalla sofferenza della Prima Guerra Mondiale:  

Io sono del 1899, uno dei"ragazzi del ’99" e a diciassette anni ero in prima linea sul Piave. Ero intrincea... Ora voi mi vedete qua, mi vedete come un cristiano, come un poeta,come una persona buona caritatevole generosa e invece sono uno che ha ammazzatocentinaia e centinaia di cristiani, bambini e grandi. Che strano! E non sapete...e non sapete che cosa significa ammazzare un cristiano, non quanti ne hoammazzati io, diecimila, ventimila, ma ammazzarne uno... non sapete che cosasignifica... nel cuore che cosa c’è... il morto resta nel cuore... ce l’hai negliocchi... sempre davanti. Ritorno con il pensiero al fronte, dobbiamoseppellire i morti.   

A proposito un soldato inglese alla finedella guerra chiede al suo generale che cosa significa l’armistizio. Il generalegli risponde: "L’armistizio significa che ognuno seppellisce i proprio morti".   

E vabene, seppelliamo. Io esco e davanti alla mia mitragliatrice, proprio sopra lamia mitragliatrice, steso così... c’era un bambino, diciassette anni... tedesco...morto. Lo presi, ci guardai nelle tasche, perché in guerra quando ammazzavamo inemici, la prima cosa che facevamo era di rubargli l’orologio, se avevanosoldi, se avevano un fazzoletto, se avevano una lettera... Io gli infilai le maninelle tasche e questo non aveva niente...se non una fotografia. Chi c’era nellafotografia?! La madre abbracciata con lui. Dopo la guerra mi ero sposato, avevodue bambini. Una notte, verso l’una, rincaso, accendo la luce, mia moglie conun bambino abbracciato qua, nel letto matrimoniale e un’altra abbracciata qua,il maschietto e la femminuccia, così sul petto. Guardavo mia moglie e mi vannogli occhi al muro. "Guardo mia moglie abbracciata con i suoi figli; e io aquella madre ho ammazzato il figlio". Mi sedetti, cinque minuti: "Ora gliscrivo una lettera". Nella foto c’era l’indirizzo. Abitava a Stoccarda, inGermania. Scrivo questa lettera. Non mi rispose mai. Forse era morta. Forseaveva cambiato casa. Non mi rispose mai.   

Scrive le poche parole della lettera. Vela leggo perché è di una commozione straordinaria:   

Mammatedesca, ti scrive quel soldato italiano che ti ha ucciso il figlio. Maledettaquella notte. E le acque del Piave. E i cannoni e le bombe. E le luci chec’erano; maledette le stelle e le preghiere e le voci e il pianto e i lamenti el’odio, maledetti! Era così bello tuo figlio, mamma tedesca, lo vidi all’albacon la faccia bianca di bambino ancora addormentato. Com’era bello tuo figlio:sembrava che sopra quell’erba l’avessero posato le tue mani. Mamma tedesca, io,l’assassino che ti ha ucciso il figlio: come posso dormire sogni sereni comeposso abbracciare i miei figli come posso passare in mezzo agli uomini buonisenza essere scacciato, e crocefisso al muro? Mamma tedesca, madri di tutto ilmondo, vi chiamo! Ognuna, la pietra più grossa venisse a buttarla sopra di me:montagne di pietre, montagne di pietre, scacciate la guerra".  

IGNAZIO BUTTITA, Littraa ’na mamma tedesca, 1988. 

Ecosì concludo. Vi ringrazio per l’ascolto.  

✠ GiuseppeMarciante


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